venerdì 18 agosto 2017
Politica e economia
La strage di Katyn
Una pagina orrenda della seconda guerra mondiale ed uno dei peggiori crimini del comunismo. I tentativi di "depistaggio"

La storia dei regimi comunisti è costellata da una serie impressionante di tragedie. Milioni di persone passate da quel vero e proprio tritacarne ideologico che fu l'applicazione della dottrina marxista-leninista in tanti paesi del mondo. Per decenni il pensiero unico ha alzato una cortina di silenzio imponendo il divieto di porre qualsiasi domanda su queste tragedie. È il caso di uno dei più celebri e spaventosi massacri che si consumò in luoghi sperduti della grande Unione Sovietica.



Nella ricostruzione di ciò che accadde a Katyn non si possono trascurare fondamentali antefatti storici come i difficili rapporti tra russi e polacchi che nel corso dei secoli sfociarono in un'aperta rivalità per il controllo politico, economico e religioso di una serie di zone contese al confine tra i due Stati. Una rivalità che giunse al suo culmine nel 1920 quando gli eserciti contrapposti di queste due nazioni si scontrarono nei pressi di Varsavia. La vittoria dei polacchi sull'Armata Rossa -ribattezzata “Miracolo della Vistola” - salvò la Polonia, ormai a un passo dal tracollo, e mandò all'aria i piani di espansione sovietici ai danni della Germania in un'ottica di rivoluzione mondiale.



Nella sconfitta sovietica finì per essere coinvolto pure l'allora Commissario del Fronte Sud Occidentale, Stalin, sul cui conto gravava la responsabilità di avere disobbedito a precisi ordini superiori non inviando nei tempi dovuti e nei luoghi di combattimento stabiliti i rinforzi all'Armata Rossa. Una verità che risulterà molto scomoda per il dittatore georgiano il quale, una volta giunto al potere, si affrettò ad occultare ma che non spense i suoi sentimenti di odio verso i polacchi.



Il trattato di pace che seguì al conflitto sovietico-polacco costò ai bolscevichi la cessione di parte dei territori dell'Ucraina e della Bielorussia. Da allora i polacchi diventarono i nemici giurati dei loro vicini sovietici al punto che il 17°congresso del PCUS descrisse la Polonia come “lo strumento e l'avanguardia dell'imperialismo occidentale”.



Con il patto Molotov-Ribentropp si consumò il destino della Polonia che venne invasa e poi spartita tra nazisti e sovietici. La politica di questi ultimi fu contrassegnata da una vera e propria pulizia etnica in quei territori che tra le due guerre erano sotto il controllo polacco. Lo scopo dei sovietici era di cancellare ogni traccia dell'influenza culturale e sociale polacca e disperderne la popolazione all'interno dei confini dell'URSS per meglio controllare la sua attività.



È in questo quadro che si colloca la tragedia di Katyn, ovvero il massacro di migliaia di ufficiali e di agenti di polizia polacchi, programmato in ogni dettaglio dai vertici dello stato sovietico.



L'enorme massa di prigionieri che produsse l'invasione sovietica della Polonia venne sistemata in campi di detenzione in cui, oltre a condizioni di vita disumane, si dovevano sopportare i metodi d'indottrinamento comunista volti a cancellare il carattere fortemente religioso e patriottico dei reclusi. Se nei campi nazisti si perseguì lo sterminio diretto dei prigionieri, in quelli sovietici, situati per lo più in zone con condizioni ambientali quasi proibitive, lo scopo era di logorare i reclusi ed eliminarli per sfinimento, come del resto dimostrano i tassi di mortalità di almeno un terzo raggiunti in quei luoghi ogni anno.



L'NKVD, i servizi di sicurezza sovietici, classificarono gli ufficiali polacchi come criminali e controrivoluzionari aprendo nei loro confronti procedure d'indagine con la compilazione di accuratissimi dossier in cui si raccoglievano informazioni che andavano dai rapporti personali e familiari dei prigionieri fino alle loro idee politiche e religiose. I tentativi del NKVD di trasformare gli ufficiali polacchi in collaborazionisti andarono quasi sempre a vuoto, per non dire che diventarono l'occasione di beffe verso gli stessi aguzzini comunisti.



Sembra proprio questa eroica resistenza, al di là delle tante ipotesi che sono state avanzate, la spiegazione più convincente della tragedia di Katyn.



La decisione di procedere al massacro fu presa il 5 marzo 1940 da Ber?a, uno dei membri eccellenti del Politburo e protagonista indiscusso delle grandi purghe staliniane. I primi trasporti dai campi interessati iniziò il mese successivo e durò circa cinque settimane prolungandosi sino agli ultimi giorni di maggio. L'operazione venne suddivisa in tre fasi: organizzazione delle partenze dai campi, quindi il trasporto nei luoghi prescelti per l'esecuzione e infine l'uccisione con relative sepolture.



I dati più autorevoli sul numero delle vittime sono quelli risultanti dagli stessi archivi del KGB il cui capo di allora, Alexandr Šelepin, non a caso sollecitò a Krusciov la distruzione di tutti i documenti relativi alla vicenda.



In totale furono uccisi 21857 prigionieri: 4421 provenienti dal campo di Kozelsk, 3820 da Starobelsk, 6311 da Ostashkov e gli altri 7305 nelle carceri bielorusse ed ucraine.



Per avere un'idea precisa di cosa sia stata questa carneficina si sappia che le esecuzioni iniziavano la sera e si protraevano tutta la notte con l'uccisione tra i duecento e trecento prigionieri al ritmo di uno ogni due minuti. Ogni prigioniero veniva ucciso da solo con un unico colpo di pistola alla nuca usando i proiettili Geco 7,65 di fabbricazione tedesca. Per alcuni fu necessario un secondo colpo o in caso di inceppamento si fece ricorso addirittura al calcio di pistola per “finire il lavoro”. I corpi venivano velocemente portati in una cella attigua a quella delle esecuzioni dove i cadaveri venivano ammassati l'uno sull'altro in attesa di essere portati via su camion coperti fino alla foresta. Lì erano già state scavate delle fosse di differenti dimensioni che venivano completamente riempite con i cadaveri e poi ricoperte con calce bianca e terra.



Gli autori dell'eccidio ricevettero prima degli avanzamenti di grado e poi dei compensi in denaro. Per ordine di Ber?a 44 alti funzionari del NKVD ebbero consistenti aumenti di salario per “l'efficiente adempimento di compiti speciali”, mentre altri furono premiati con il prestigioso “Ordine di Lenin”.



È interessante notare che alla fine di questa operazione furono soltanto otto o nove gli ufficiali polacchi che cedettero e decisero di unirsi ai sovietici. dopo la consueta serie di estenuanti interrogatori. Evidentemente essi dimostrarono di essersi messi alle spalle il loro passato di “reazionari” e, dichiarandosi finalmente convertiti al comunismo, erano ritenuti pronti a prendere il comando del nuovo esercito polacco sorto sotto gli auspici sovietici.



I fatti di Katyn furono oggetto di una battaglia durata alcuni decenni per stabilire la verità sul massacro di migliaia di persone innocenti e dei suoi responsabili.



Esclusa ovviamente qualsiasi forma di collaborazione delle parti in causa come nel caso di Stalin, il cui ruolo di di dittatore imponeva “per statuto” di non rivelare i propri crimini né tanto meno i propri errori, nemmeno altri governi fecero un granché per fare luce su questo eccidio. Anzi spesso chi sapeva fece di tutto perché la verità su quei fatti non venisse a galla nonostante importanti indicazioni verranno fornite pochi anni dopo.



I primi a scoprire quanto era accaduto furono i tedeschi che nell'aprile del 1943, attraverso Radio Berlino, annunciarono l'esistenza di queste fosse piene di cadaveri. Quando il governo polacco in esilio a Londra chiese di vederci più chiaro partì l'offensiva diplomatica e propagandistica di Stalin con la rottura delle relazioni ufficiali con gli stessi polacchi accusati di appoggiare “la vile calunnia fascista contro l'URSS”.



Insomma poco ci mancava che Stalin passasse per la parte lesa mentre i polacchi, per contro, dei millantatori sia pure dinnanzi a prove e testimonianze del tutto attendibili. Eppure la versione dei fatti che tenne banco nel mondo comunista, ma anche al di fuori di esso, fino al 1990 fu quella della commissione Burdenko, un neurochirurgo di fama internazionale che si prestò a questa opera di falsificazione dei sovietici, attribuendo la colpa di Katyn ai tedeschi.



Non c'è dubbio che quest'azione di copertura ebbe successo anche grazie alla compiacenza della diplomazia occidentale,in primis dei governi inglese e americano. Si pensi soltanto ai silenzi delle amministrazioni Truman e Roosevelt con quest'ultimo che arrivò a definire questa tragedia “un'operazione di propaganda esclusivamente germanica e una macchinazione tedesca”.



Per avere le prime ammissioni di responsabilità sarà necessario aspettare il 1990 quando Gorbaciov, sia pure a denti stretti e non senza diverse omissioni, riconobbe i veri responsabili di quanto era accaduto.



Parole più chiare vennero successivamente pronunciate nel 2010 da Putin a ben settant'anni dal massacro. Partecipando insieme alle autorità polacche a una cerimonia commemorativa a Smolensk dove si trova il memoriale “Katyn” - il primo monumento internazionale dedicato alle vittime dello stalinismo – il presidente russo ha definito quell'eccidio del 1940 “un crimine ingiustificabile del regime totalitario in Russia”.



Forse ora le vittime di Katyn possono riposare in pace.



 



Massimo Scorticati




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