giovedì 19 giugno 2014
Esteri
Elezioni buone ed elezioni cattive
Le elezioni presidenziali in Siria vanno analizzate, non condannate a priori

 

Si è votato in Afghanistan, elezioni presidenziali, primo turno il 14 aprile e secondo il 14 giugno. Il vincitore tra i due candidati, Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, verrà comunicato non si sa quando. Per ora si sa solo il numero delle vittime, alcune centinaia, degli attacchi dei talibani ai seggi. Difficile immaginare quanto possano essere state regolari le elezioni in un paese come l'Afghanistan, arretrato da ogni punto di vista, sconvolto da un interminabile conflitto e che vede una parte significativa del proprio territorio occupato dai guerriglieri taliban o da realtà tribali su cui il governo centrale non esercita praticamente nessuna autorità. Circostanze prive di importanza per i media occidentali che hanno unanimemente definito queste elezioni come “sicuramente democratiche e costituenti un passo verso la pacificazione del paese”.


Si è votato in Ucraina, elezioni presidenziali. Anche in questo caso le elezioni, per i nostri media mainstream, sono state “democratiche ed un passo significativo verso la normalizzazione della situazione”. Nessun peso infatti è stato attribuito alla circostanza che una parte del paese sia sconvolto da una guerra civile, che milioni di Ucraini russofoni non abbiano partecipato alla consultazione, che il nome del vincitore - l'oligarca Poroschenko – fosse noto in anticipo e conosciuto per essere stato uomo del Dipartimento di Stato americano.


Si è votato in Siria, elezioni presidenziali. Il 3 giugno undici milioni seicentomila Siriani (su quindici milioni e mezzo che ne avevano diritto) si sono recati alle urne ed hanno riconfermato, dandogli l'88% dei suffragi, Bashar Assad come capo dello stato. Le condizioni in cui si è votato non sono state molto diverse da quelle dei due Paesi prima citati: parte del territorio occupato, violenze diffuse, scarsità di controlli. In questo caso però i media occidentali hanno assunto un atteggiamento ben diverso, bollando le elezioni con termini come “farsa”, “inganno”, “presa in giro della democrazia”. In questo modo, oltretutto, si sono risparmiati la necessità di svolgere un minimo di analisi sui risultati emersi dalle urne.


Questa analisi vediamo di farla noi.


In primo ruolo va rilevato come il Governo sia riuscito a organizzare le elezioni in una parte rilevante del territorio nazionale dove le azioni di disturbo (leggi massacri) che la guerriglia è riuscita a mettere in atto sono stati relativamente limitati. Questo significa che l'esercito siriano ha ripreso il controllo di molte regioni in precedenza occupate da formazioni guerrigliere e, soprattutto, che questo controllo è molto meno permeabile rispetto al passato a possibili infiltrazioni di formazioni terroristiche. Tutto ciò conferma che, sul campo, le sorti della guerra stanno ormai volgendo a favore dell'esercito regolare come peraltro la riconquista di importanti centri ( ultimo dei quali la cittadina armena di Kassab) stavano suggerendo.


E' importante poi domandarsi se i risultati possano essere, almeno parzialmente, rappresentativi della volontà del popolo siriano o siano, invece, da considerare completamente fittizi.


Partiamo dai voti che sono stati attribuiti ad Assad, poco più di dieci milioni. E' una cifra realistica? Per quella che è la mia esperienza direi assolutamente di si. Da più parti mi è sempre stato detto che circa i due terzi della popolazione era favorevole al Governo e, soprattutto, al Presidente Assad. Peraltro sembrerebbe che persino un sondaggio ufficioso condotto dalla stessa CIA alcuni mesi fa abbia indicato percentuali di consenso simili (se la memoria non mi inganna il 72%). Una breve analisi della società siriana conferma e spiega questo risultato. Un terzo della popolazione siriana appartiene a minoranze religiose (Alauiti, Sciiti, Cristiani, Drusi) che vedono nel regime baathista una garanzia per la propria libertà e addirittura per la propria sopravvivenza fisica, in particolare in un momento in cui il carattere islamista e fanatico dell'opposizione armata è emerso in tutta la sua pericolosità. Si tratta di un serbatorio di almeno cinque milioni di voti su cui Assad poteva e può sicuramente contare.


La popolazione sunnita, i restanti due terzi, può invece essere suddivisa in tre gruppi di consistenza abbastanza simile.


Il primo gruppo è costituito da quella parte di popolazione che appartiene a classi medio alte (insegnanti, liberi professionisti, commercianti dei suk...), alla burocrazia statale, alle Forze Armate e di Polizia o che è membra del partito Baath (multiconfessionale). Queste persone sanno benissimo che subirebbero persecuzioni feroci nel caso prevalessero le formazioni estremiste e quindi hanno fatto muro attorno ad Assad. Insieme alle loro famiglia formano una massa di almeno tre o quattro milioni di persone.


Il secondo gruppo è costituito da coloro che non amano il regime del Presidente Assad, ma lo considerano “il male minore” di fronte a forze che vorrebbero rimodellare la società siriana secondo i dettami di un Islam fanatico e intollerante. Probabilmente un gran numero di persone appartenenti a questo gruppo alla fine ha scelto Assad mentre un'altra parte ha comunque votato scegliendo uno dei due altri candidati (che complessivamente hanno preso circa un milione e mezzo di voti).


Il terzo gruppo infine è rappresentato dagli oppositori irriducibili del regime baatista, alcuni (non tutti) perchè simpatizzanti di movimenti islamisti altri perchè in passato hanno subito arresti o violenze dalle forze di polizia. Costoro sicuramente non hanno partecipato alle elezioni.


I conti quindi tornano: cinque milioni di voti dalle minoranze religiose, tre o quattro milioni dalla popolazione sunnita ben integrata nel regime, il resto da quella parte di Sunniti che pur non amando Assad, lo considera il male minore.


Bashar Assad può quindi contare sul consenso della maggioranza della popolazione siriana (anche perchè se così non fosse il regime baatista non avrebbe retto all'aggressione internazionale che ha subito), ma la circostanza sembra del tutto irrilevante ai media internazionali che continuano a parlare di feroce dittatore...


Prospettive per il futuro della Siria post rielezione di Assad? Qualche amico ritiene che la nazione mediorentale sia ormai uscita dal tunnel e che il ritorno alla normalità sia solo questione di un tempo misurabile in mesi e non in anni. Mi dispiace di non poter condividere questo ottimismo. Sicuramente oggi i movimenti di opposizione armata, usciti da una lunga serie di sconfitte e di lotte intestine, sono molto indeboliti rispetto ad un anno fa. L'intervento dei militanti di Hezbollah sembra aver dato all'esercito siriano quelle capacità di contrastare la guerriglia che nel corso dei primi due anni del conflitto non ha mai dimostrato di avere. Ma non è finita. Dobbiamo ricordare che aree significative del paese sono ancora sotto il controllo di movimenti islamisti: tutta la provincia orientale di Raqqa, parte di quella di Deir Ezzor, numerosi villaggi a nord di Aleppo ed addirittura alcuni quartieri della città, tutti i dintorni di Idleb, alcuni villaggi a sud nella regione di Daraa. Soprattutto però dobbiamo ricordare come la cosiddetta “rivoluzione” siriana sia stata organizzata, finanziata, armata e sostenuta da potenze esterne alla Siria. Queste potenze sono ancora attive e non hanno assolutamente abbandonato i loro obbiettivi, solo si sono resi conto che la Siria è un boccone molto più difficile da inghiottire di quello che inizialmente presumevano. Forse per questo hanno oggi cercato un diversivo e lanciato tutta la potenza del loro meglio armato gruppo terroristico, l'ISIL, contro il confinate stato iracheno. No, la guerra in Siria non è finita, anzi si sta espandendo perchè qualcuno ha forse deciso di realizzare il suo sogno: una grande guerra regionale tra Islam sciita e Islam sunnita.


Mario Villani



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