C'è una casa nel bosco lontana dal rumore, costruita con il legno e la fatica, nel verde della natura abruzzese. Qui una famiglia ha scelto il silenzio, non per odio verso il mondo, ma per amore della propria libertà. Coltivano la terra, istruiscono i figli secondo i propri valori, lontano dai programmi ministeriali e dal logorio della vita moderna. Ma lo Stato, in questi casi, ha la vista lunga e le grinfie affilate. Un mattino il silenzio del bosco viene infranto; funzionari, assistenti sociali, forze dell'ordine fanno irruzione e strappano i bambini a mamma e papà. Il crimine? Non la violenza o l'abuso, ma l'eresia. L'eresia di voler crescere i propri figli al di fuori del recinto del culto statale.
Ma quello della famiglia Trevallion non è un caso isolato, è un sintomo di una patologia più profonda. Quello che è accaduto alla famiglia nel bosco è una delle manifestazioni fisiche di una guerra invisibile che dura da decenni, una guerra portata avanti da uno stato che non accetta rivali. Per il leviatano, la famiglia è l'ultimo baluardo di resistenza, l'ultima cellula di sovranità individuale che rifiuta di piegarsi, perché chi controlla la famiglia controlla il futuro. Chi decide come deve crescere un bambino sta forgiando l'anima del mondo a venire e lo Stato non può accettare che altre istituzioni si sostituiscano a lui nell'educazione dei cittadini di domani. In sintesi: "non avrai altro dio all'infuori di me".
Ma come si è giunti a tale devastante stato delle cose? Come è stato possibile che lo Stato, le femministe e l'estrema sinistra abbiano potuto decidere che la famiglia deve morire? Già da diversi decenni la sociologia sta studiando la correlazione tra il tipo di struttura familiare in cui crescono i bambini e lo sviluppo di atteggiamenti disfunzionali. Importanti studi hanno mostrato come i figli cresciuti in famiglie monoparentali, famiglie allargate o anche famiglie in cui i genitori non sono sposati ma semplici conviventi, abbiano più probabilità di sviluppare disturbi di ansia, problemi scolastici e abuso di alcol e droghe rispetto ai bambini cresciuti in una famiglia tradizionale. Per famiglia tradizionale intendiamo, ovviamente, quella formata da una mamma e un papà uniti in matrimonio. Ad esempio è stato stimato che solo il 6% dei figli cresciuti in un quartiere difficile da famiglie povere ma tradizionali diventa delinquente; contro il 90% dei figli di famiglie povere e dalla struttura fluida, soprattutto adolescenti cresciuti da un genitore singolo o da genitori assenti. Un aumento del 10% delle famiglie monoparentali porta ad un aumento del 17% della criminalità giovanile ed entro i 30 anni i figli di famiglie sfasciate o monoparentali hanno tre volte più probabilità di finire in carcere rispetto ai coetanei provenienti da famiglie intatte, anche confrontando famiglie della stessa etnia e dello stesso livello economico. A ciò possiamo aggiungere che uno studio condotto dal professor Jill Rosenbaum della California State University su 240 ragazze recluse in un carcere minorile ha mostrato che solo il 7% di loro proveniva da una stabile famiglia tradizionale. Inoltre, molte di queste ragazze, erano state concepite da ragazze madri, diventando tali a loro volta, in un circolo vizioso di instabilità, precarietà e mancanza di punti di riferimento per i loro figli. Per quanto riguarda l'abbandono scolastico, gli adolescenti che hanno vissuto separati da uno dei genitori hanno una probabilità doppia di abbandonare la scuola superiore rispetto ai coetanei di famiglie intatte. Il tasso di abbandono è del 29% per i figli di famiglie monoparentali contro il 13% delle famiglie tradizionali.
Anche i figli biologici di una coppia che vive in una famiglia dove sono presenti figli di letti diversi, mostrano tassi di successo scolastico inferiori rispetto a chi cresce in una famiglia tradizionale, suggerendo che lo stress della struttura familiare influisca su tutti i componenti. A proposito delle sostanze stupefacenti, il 25% dei figli di genitori divorziati inizia ad usare alcol o droghe prima dei 14 anni rispetto al 9% dei figli di famiglie intatte. Infine, consideriamo i problemi psicologici, perché i figli di genitori divorziati hanno una probabilità più che doppia di manifestare seri problemi sociali ed emotivi; il 25% contro il 10% delle famiglie tradizionali intatte e gli adulti cresciuti in famiglie divorziate hanno una probabilità maggiore di soffrire di depressione e disturbi psichiatrici rispetto a chi è cresciuto con genitori rimasti sposati. C'è poi, per così dire, l'elefante nella stanza, quello che gli esperti chiamano "effetto cenerentola", ovvero il fatto che i bambini cresciuti in casa con un patrigno o una matrigna siano statisticamente più a rischio di subire abusi fisici e sessuali rispetto a chi cresce con genitori biologici. Al contrario, la famiglia tradizionale agisce come un sistema di protezione reciproca, mentre nelle strutture diverse, come le famiglie con patrigno o matrigna, la mancanza di legami biologici e la maggiore instabilità aumentano drasticamente le probabilità che un minore diventi vittima di negligenza o violenza. Insomma alla luce dei dati fin cui riportati, possiamo desumere come la famiglia tradizionale sia un vero antidoto alla povertà, alla delinquenza, all'abbandono scolastico e al degrado. E allora una domanda sorge spontanea: perché da almeno 50 anni a questa parte questa istituzione è sotto attacco? Sì, perché sono decenni che sui media e nei circoli del potere la famiglia viene derisa, ridicolizzata, attaccata e accusata di essere un'istituzione fascista e patriarcale che dovrebbe scomparire perché ha fatto il suo tempo. E, ovviamente, queste critiche partono sempre dai soliti noti; dai movimenti della sinistra radicale, figli della filosofia postmoderna. In realtà le impronte digitali sull'arma che ha ucciso la famiglia e la sacralità del matrimonio ci portano a tre colpevoli: l'estrema sinistra appunto, ma anche il femminismo e soprattutto lo Stato. Anzi, è proprio lo Stato ad avere usato la contestazione giovanile e femminile come armi per distruggere la famiglia e sostituirsi ad essa nella cura dei cittadini più vulnerabili per espandere il suo potere sempre più pervasivo e asfissiante. Ma proviamo ad esaminare le tappe storiche che hanno portato al declino della famiglia tradizionale. Il processo di distruzione della famiglia da parte delle forze politiche progressiste ha una data di inizio ben precisa: l'anno 1968. In tutto l'occidente centinaia di migliaia di giovani si riversarono nelle piazze invocando la sostituzione dei valori vecchi e oppressivi sui quali si reggeva la società dei loro padri. L'obbedienza, la fedeltà, il principio di autorità; tutte gabbie soffocanti che dovevano lasciare spazio ad un mondo libero in cui ogni giovane individuo avrebbe potuto autodeterminarsi dando alla propria vita la direzione che desiderava.
Ovviamente di fronte a queste richieste la prima istituzione che ne avrebbe fatto le spese era la famiglia tradizionale con le sue rigide gerarchie. Usando le parole del filosofo marxista Herbert Marcuse: "il godimento di un pieno sviluppo dei desideri individuali potrà essere raggiunto solo in una società non repressiva, con la disgregazione delle istituzioni in cui finora abbiamo organizzato le relazioni interpersonali, soprattutto la famiglia monogama e patriarcale." Eppure gli intellettuali del 68 non sono stati i primi a teorizzare il crollo della famiglia. Nel corso dei secoli abbiamo avuto pensatori che hanno proposto le loro istruzioni d'uso per costruire la società "perfetta". Al netto delle differenze, tutti questi autori erano concordi su un punto: per costruire il mondo ideale è necessario eliminare la famiglia e delegare le sue funzioni educative e di cura ad uno Stato onnipotente. Il primo di questi pensatori utopici fu Platone, che nella Repubblica propose di mettere in comune le donne tra tutti i governati, in modo che nessuno avesse una moglie propria e che i bambini venissero allevati in comunità in modo da non sapere mai chi fossero i genitori biologici. Più di 1000 anni dopo, nel secolo XVII, l'italiano Tommaso Campanella scrive la sua utopia: "La città del sole". Campanella vedeva l'amore che lega una famiglia unita come una minaccia, perché distraeva gli individui dal culto per lo Stato. Per questo si auspicava, una volta finito lo svezzamento, che i bambini venissero portati via dalla madre per essere cresciuti da educatori statali al culto della guerra e della patria. Nel XVIIII secolo l'artista e agitatore politico inglese William Morris afferma che l'abolizione della proprietà privata porterà alla fine della tirannia delle mura domestiche. Pochi anni dopo lo scrittore utopico Wells, dirà che l'unico modo per raggiungere l'equità fra i sessi è insistere su un concetto, che la maternità debba diventare un servizio reso allo Stato. Infine, nel 1948 l'autorevole psicologo americano Burrhus Skinner scrive il suo famoso romanzo utopico "Walden two". Anche qui si auspica la distruzione della famiglia e che i bambini possano essere cresciuti in comunità, perché seguendo le stesse parole dell'autore, "Il potenziale dei giovani ragazzi è stato sciupato in modo vergognoso, lasciandoli crescere dai genitori, le cui colpe vanno dagli abusi alla sovra protezione." Insomma, per questi autori l'ambiente domestico sarebbe solo un luogo di conflittualità costante e lo Stato è l'unico attore in grado di intervenire dall'alto per portare giustizia e libertà. Per secoli le proposte degli scrittori utopici sono rimaste chiuse nelle pagine dei loro libri, ma i giovani sessantottini per la prima volta le adottarono cercando di farle diventare realtà. Ovviamente un'istituzione solida e importante come la famiglia non poteva essere abbattuta con un semplice taglio netto. Serviva dunque un processo lento e logorante, un processo che la sinistra e il suo amato stato assoluto portarono avanti combattendo su due fronti. Da una parte bisognava far crollare nella mente delle persone l'idea che la famiglia fosse davvero un luogo fondamentale per lo sviluppo dei suoi componenti più fragili. Per questa missione mandarono in avanscoperta i grandi professoroni, pedagoghi, antropologi, sociologi e psicologi che dall'alto dei loro studi pontificavano su quanto il capofamiglia fosse un gerarca violento e portatore di traumi e di quanto della famiglia in fondo si potesse fare anche a meno.
Ad esempio alcuni antropologi di glamour affermarono che la famiglia nucleare, uomo-donna non fosse alla base della nostra società e lo fecero basandosi sulle ricerche di Margaret Mead già all'epoca considerate parecchio sospette. Il celebre psichiatra Laing scrisse che "se noi non ci occupiamo di distruggere la famiglia, la famiglia distruggerà noi", mentre il suo collega David Cooper rincarò la dose dicendo che "la famiglia borghese unita è un patto suicida segreto che priva le nostre azioni di ogni genuina spontaneità e rafforza il potere delle classi dominanti in questa società di sfruttatori". Qualche psicologo radicale vedeva la famiglia come "una gabbia che rendeva tutti i suoi membri degli animali selvatici", al punto che tutti i suoi colleghi che non avessero contribuito a distruggerne il valore non sarebbero stati dei veri psicologi, ma i guardiani di uno zoo. Il secondo fronte di guerra, aperto dai progressisti, riguardava il campo della filologia, con l'obiettivo di eliminare la vecchia definizione di famiglia che tutte le persone normali all'epoca avevano in mente, quella che oggi chiamiamo famiglia tradizionale, per proporne una nuova, più generica e inclusiva. Si tratta ovviamente di una subdola tecnica di comunicazione: in sintesi, come avviene con la neo-lingua del romanzo 1984 di George Orwell, si sostituisce un concetto chiaro ed evocativo che ruota attorno a dei capisaldi specifici con una definizione confusionaria per cui tutto vale tutto. La prima associazione che propose una nuova definizione di famiglia fu la statunitense American Home Economics Association, che definì la famiglia "L’ unità di due o più persone qualsiasi, che condividono risorse, responsabilità, valori e obiettivi; e il cui rapporto dura nel tempo. La famiglia è quel clima per cui "Uno si sente a casa", aldilà dei legami di sangue, adottivi, legami giuridici o se si sia celebrato un matrimonio." A ciò fecero eco affermazioni di psicologi progressisti secondo i quali la famiglia è solo un piccolo gruppo strutturato di individui che si prende cura dei neonati. La madre biologica può essere presente in questo gruppo oppure no, come se fosse un elemento trascurabile. Come infatti possiamo notare in queste definizioni di famiglia, concetti come mamma, papà e matrimonio non sono per nulla fondamentali. Presto, grazie ai media più progressisti, questa nuova accezione del concetto inizierà a diffondersi nella popolazione e al giorno d'oggi in molti sono concordi nell'affermare che la famiglia ha una forma fluttuante, che ne esistono diversi tipi e che per chiamare un gruppo di persone famiglia è sufficiente che i suoi componenti, chiunque essi siano, si vogliano bene. Destabilizzare, generare confusione e relativizzare il significato di famiglia è stato un esercizio politico ben preciso. Ma, come ben sapevano gli antichi greci e latini, le cose hanno una loro essenza permanente e il nome che gli attribuiamo deve seguire un processo naturale e non il nostro capriccio. Gli uomini hanno iniziato a dare nomi alle cose per conoscerle meglio e fare un po’ di luce in un mondo caotico. Una corretta definizione di famiglia non può prescindere dai concetti di padre e madre che mettono al mondo dei figli e il cui legame è rafforzato simbolicamente da un rituale che noi chiamiamo matrimonio. Infatti gli antropologi sessantottini omisero di dire che il matrimonio è un fenomeno culturale universale, che praticamente ovunque la monogamia costituisce la norma e la sua violazione è praticata solo dai maschi più potenti del gruppo e soprattutto che la famiglia nucleare padre-madre è predominante in praticamente tutte le culture odierne del mondo. Inoltre, in ogni cultura umana le norme morali hanno imposto delle regole alla vita familiare, stabilendo cosa fosse permesso e cosa no. Una realtà ben diversa dalla tolleranza assoluta per ogni stile di vita che esaltavano i sessantottini.
Negare tutto ciò significa negare l'ordine naturale delle cose, significa negare la realtà della natura umana e, come ben sappiamo la realtà il conto lo presenta sempre.
Urbano De Siato