mercoledì 1 aprile 2026
Storia
Giovanni di Pian di Carpine
Uno 007 ante litteram

Alla fine del 1236 per ordine di Ogodei,figlio e primo successore di Gengis Khan, un'orda di guerrieri mongoli e turchi si abbatté sull'Europa dell'Est, seminando morte, distruzione e terrore.



Nell'inverno del 1241, così come erano arrivati, improvvisamente si ritirarono, senza un apparente motivo, avvolti così dall'aura di demoni e fantasmi che comunque sarebbero potuti ritornare in qualsiasi momento.



In realtà il motivo c'era: era giunta la notizia della morte del Gran Khan e l'esercito ritornava per la cerimonia d'insediamento del nuovo imperatore, lasciando però l'Europa talmente spaventata che,nel Concilio di Lione del 1245, Papa Innocenzo IV invitava a cercare un ”rimedio contro i Tartari”. Si decise pertanto di inviare degli emissari per convincere il capo dei Mongoli a convertirsi al cristianesimo o per lo meno a desistere da una nuova invasione.



Tra gli ambasciatori designati vi erano due frati domenicani e un francescano; tal Giovanni di Pian del Carpine, che della sua impresa scrisse un libro che è giunto a noi col titolo di Historia Mongalorum.



Ma chi era Giovanni? Un frate francescano, sì, ma della prima ora, da subito al fianco di San Francesco. Nel 1221 fu inviato a predicare in Germania, in quanto parlava correntemente il latino e il lombardico, e negli anni diede vita ad una notevole espansione dell'Ordine,che gli valse la nomina a ministro provinciale; ed è in questa veste che allargò la sua missione fino alla Boemia, all'Ungheria, alla Polonia e alla Norvegia.



Ritornato in Italia nel 1230 per partecipare al capitolo generale ed alla traslazione delle spoglie di San Francesco nella nuova basilica, fu sollevato dal suo incarico per essere inviato in Spagna e successivamente ancora in Germania.



Per alcuni anni si sono perse le sue tracce, fino a quando, nel 1245, viene appunto designato dal Papa come ambasciatore presso il Gran Khan dei Mongoli con l'incarico di consegnargli alcune lettere.



Ora: detta così la cosa sembra semplice, ma non esistendo ai tempi voli di andata e ritorno per e dalla Mongolia con biglietti di prima classe, il nostro frate se la fece tutto a cavallo o a dorso di mulo. Tenendo conto che aveva più di sessant'anni e che non era propriamente un atleta (vir corpulentus erat”) e che fu esposto a tutte le più feroci intemperie, dal caldo torrido al freddo polare, dovendo quasi sempre dormire per terra senza alcun riparo, e patendo spesso la fame e la sete, il fatto stesso che riuscì a ritornare in Europa è già un miracolo, considerando che il viaggio, tra andata e ritorno, durò circa due anni e mezzo per una lunghezza di diecimila chilometri circa.



A mio parere, però, la parte più pericolosa del viaggio, fatto comunque sempre sotto scorta di cavalieri mongoli, da poco dopo Kiev in poi all'andata e poco prima di Kiev al ritorno, fu proprio l'arrivo alla corte del nuovo imperatore.



Il nostro bravo frate gli consegnò le lettere del Papa, in cui, senza tanti giri di parole e con la serena schiettezza di chi era abituato ad essere obbedito prontamente e senza alcuna discussione, gli si chiedeva di convertirsi al cristianesimo, di cessare le ostilità contro le nazioni cristiane e di avviare relazioni diplomatiche tese alla pace.



E' chiaro che il Papa non doveva conoscere molto bene i Mongoli, anzi, probabilmente non ne aveva mai visto uno né aveva visto cos'era un'orda di cavalieri di quella razza alla carica a cavallo, ma frate Giovanni non deve essersi trovato in una bellissima atmosfera quando fu letto ciò all'imperatore del mondo



il quale, altrettanto concisamente e schiettamente rispose al Santo Padre, con tutto il rispetto, che per lui la pace consisteva nella sottomissione dell'Occidente e che pretendeva che il Papa ed i sovrani europei venissero in persona a rendergli omaggio ed a pagare i tributi.



Concludeva dicendo che il potere mongolo derivava direttamente dalla forza di Dio: in caso di dubbio uno scontro fra gli eserciti avrebbe dimostrato subito chi aveva il favore divino.



In gergo si dice: pari e patta, nessuno ha vinto, nessuno ha perso e siamo ancora daccapo.



Dal punto di vista diplomatico la missione fu dunque un fallimento, ma fu importante sotto un altro aspetto, e cioè si capì senza più ombra di dubbio che l'intenzione dei Mongoli era di tornare e completare la conquista dell'Europa, che la Cristianità era dunque in pericolo e c'era bisogno di una unione forte di re, principi e baroni europei per respingerli.



Ma il merito di frate Giovanni fu quello di essere stato un acuto e attento osservatore di quel mondo: descrisse il territorio dei Tartari ed il clima, come erano le popolazioni che lo abitavano,come si vestivano, come mangiavano, come erano socialmente organizzati; e ancora le loro credenze, i loro riti funebri e le loro usanze.



Ma la parte più interessante, in un popolo in cui ogni uomo è un cavaliere a cavallo, è quella che riguarda il settore militare; frate Giovanni descrisse come erano armati, come si disponevano e come muovevano in battaglia, quali stratagemmi adottassero nel combattimento e nell'assedio delle città, come fossero crudeli con i prigionieri e sleali nei confronti di chi si arrendeva. Di qui, di conseguenza, dava consigli su come opporsi: quali tattiche adottare sul campo; come armarsi, come fortificare le città.



Da quel momento in poi i Mongoli non furono più visti come demoni usciti dalle steppe o come un flagello mandato da Dio per punire i cristiani: erano uomini, erano soldati come gli altri che potevano essere sconfitti.



E così fu più di un secolo dopo, con la battaglia di Kulikovo, dove i principi russi inflissero una prima, vera e pesante sconfitta all'orda d'oro; la vittoria russa segnò l'inizio della fine del dominio mongolo, che terminò ufficialmente con il grande scontro del fiume Urga un secolo dopo.



Gloria ai soldati, onore ai caduti, ma lasciatemi pensare che la sua parte l'abbia fatta anche un vecchio e grasso francescano italiano.



 



 



Claudio Pretari



 




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