domenica 9 giugno 2024
Religione
Don Carlo Gnocchi, il Santo degli Alpini
Dalle steppe russe all’Onore degli Altari

E’ la sera del 23 gennaio 1943 in un piccolo villaggio russo vicino al bacino del Don, villaggio che, come tanti altri, porta il nome di Nikolaievka. Le isbe di quel piccolo centro abitato sono state testimoni durante il giorno di un feroce combattimento, poco più che una scaramuccia se confrontata alle grandi battaglie della seconda guerra mondiale, ma di vitale importanza per la colonna di Alpini in ritirata che si sono finalmente aperti la strada per sfuggire, dopo 13 giorni di marcia nella neve ed incessanti combattimenti, all’accerchiamento dell’Armata Rossa. Il villaggio è stato conquistato, la via ora è libera e i militari italiani, stremati, cercano un momentaneo riparo dai 35 gradi sotto zero nelle isbe abbandonate. Non tutti però riposano, fuori, nelle strade è rimasto un uomo con quattro Alpini; è il cappellano militare, Tenente Don Carlo Gnocchi, che si china sui cadaveri dei caduti ed impartisce loro l’ultima benedizione. Uno degli Alpini vede che Don Carlo benedice indistintamente Russi e Italiani e glielo fa notare, ma il Sacerdote lo guarda con dolcezza e gli risponde: “qui non ci sono né Italiani, né Russi, né Tedeschi, ma solo creature di Dio che hanno raggiunto la Casa del Padre”. Poi, raccolte le piastrine di riconoscimento delle centinaia di Alpini caduti, fa loro una promessa: “mi occuperò io dei vostro figli”.



Carlo Gnocchi era nato il 25 ottobre 1902 a San Colombano al Lambro, un paese della pianura lombarda, a pochi chilometri da Lodi, da Enrico e Clementina Pasta, sarta. La sua famiglia era molto religiosa e questo l’aiutò a supera tre tragedie: la morte del padre quando il piccolo Carlo aveva solo 5 anni e quella dei due fratelli maggiori avvenuta pochi anni dopo. Carlo sentì la chiamata di Dio e decise di divenire Sacerdote e fu consacrato come tale nel 1925.



Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, don Gnocchi partì volontario nel Battaglione alpini "Val Tagliamento", destinato al fronte greco/albanese.



Terminata la campagna dei Balcani nel 1941, nel 1942 Carlo Gnocchi, con il grado di tenente, ripartì per il fronte russo, a seguito della Divisione Tridentina. Nei mesi da novembre a gennaio condivise con i suoi Alpini -che lo adoravano- gli orrori di una guerra combattuta in condizioni climatiche tremende contro un nemico ogni giorno più potente. Condivise anche i tremendi giorni della ritirata nella steppa coperta di neve e ghiaccio, senza rifornimenti, continuamente attaccati dalle formazioni sovietiche fino all’epilogo della battaglia di Nikolaievka.



Tornato in Italia Don Carlo decide di dedicarsi anima e corpo ai bambini colpiti dalla guerra: orfani o mutilati dai bombardamenti o dalle mine che erano state lanciate a profusione sul nostro territorio. Come promesso in terra russa rivolge dapprima la sua opera assistenziale agli orfani degli alpini, ospitandoli nell'Istituto Arosio; successivamente dedica le sue cure ai mutilatini ed ai piccoli invalidi di guerra e civili, fondando per essi una vastissima rete di collegi in molte città d'Italia infine apre le porte di modernissimi Centri di rieducazione ai bambini affetti da poliomielite. A questa infanzia derelitta e minorata, cui egli aveva votata tutta la sua giovane esistenza, don Gnocchi dedicò una fra le sue più significative opere di educatore: Pedagogia del dolore innocente. Don Gnocchi stimola e ottiene l’appoggio delle massime istituzioni, ecclesiali e civili: memorabili gli incontri con Papa Pio XII, con i presidenti della Repubblica Einaudi e Gronchi e con le massime cariche dello Stato. Chiede aiuto al mondo del cinema e dello sport, coinvolge i mezzi di informazione e l’opinione pubblica con iniziative clamorose e straordinarie: nel 1948 un piccolo monomotore, l’”Angelo di bimbi”, vola da Milano a Buenos Aires e l’anno successivo una spedizione scout, in sella a mitici Guzzini, attraversa l’Europa e raggiunge Capo Nord per sostenere l’opera di Don Carlo. Nel 1951 fonda la fondazione Pro Juventute oggi conosciuta con il suo nome, Fondazione Don Gnocchi e nel 1955 lancia il progetto di un grande e modernissimo istituto per la cura delle disabilità. Purtroppo non potrà coronare il suo sogno perché, minato da un male incurabile si spegne, a soli 56 anni, il 28 febbraio 1956. Al suo funerale prendono parte oltre centomila persone e la bara viene portata a spalle da quattro Alpini. Nel dicembre del 2002 Papa Giovanni Paolo II, riconoscendone l’eroicità delle virtù, ha proclamato don Carlo Venerabile. Nel gennaio del 2009 Papa Benedetto XVI ha firmato il decreto che attribuisce a don Gnocchi il miracolo che ha visto protagonista Sperandio Aldeni, artigiano elettricista e alpino bergamasco, incredibilmente sopravvissuto a una mortale scarica elettrica. Era l’ultimo passo, il più atteso, che ha ufficialmente sancito la beatificazione di don Gnocchi, celebrata a Milano, in piazza Duomo, domenica 25 ottobre 2009, alla presenza di oltre 50 mila fedeli tra i quali migliaia di Alpini. Certo, tra una fugura come quella di Don Carlo e la celebre affermazione “staneremo i no vax casa per casa” qualcosa deve essere andato storto anche tra le Penne Nere.



Mario Villani




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