domenica 14 aprile 2024
Esteri
Gli Stati Uniti fanno paura come un tempo?
Probabilmente no e non è il caso di rammaricarsene...

Qualche mese fa la rivista Limes, diretta dal noto analista di geopolitica molto glamour, ma indubbiamente competente Lucio Caracciolo, dedicava uno dei suoi numeri alla fine della deterrenza degli Stati Uniti d'America. Con tale affermazione, o meglio constatazione, la suddetta rivista intendeva, rammaricandosene, la fine del timore che il mondo intero ha nutrito negli ultimi decenni nei confronti della superpotenza uscita vincitrice dopo mezzo secolo di guerra fredda a seguito della sconfitta, o per meglio dire suicidio, dell'unica grande potenza avversaria: l'Unione Sovietica. L'equilibrio basato sulla reciproca distruzione nucleare che aveva garantito decenni di pseudopace basata sul terrore di una possibile guerra atomica, com'è noto venne repentinamente a mancare. Noi ricordiamo bene i primi anni novanta e il clima euforico in cui, a quel tempo, ci si crogiolava: l'orso sovietico è stato abbattuto, ha vinto l'Occidente depositario e custode delle libertà, dei diritti umani, dei diritti civili, della libera espressione ecc. ecc. Dunque avevamo vinto noi, l'Occidente dunque i buoni per antonomasia, vittoria oltretutto riconosciuta anche dai nostri vecchi avversari, disposti a sottomettersi al nuovo corso della storia. Storia tra l'altro giunta al termine, come a quel tempo venne ribadito da più parti. Ma, come più volte da noi ricordato su questo sito, se c'è una cosa che la storia insegna è che la storia non insegna nulla a chi non vuole capire e soprattutto che la storia non segue nessuna direzione aprioristicamente stabilita dalla tracotanza di nessun potere umano. Ma torniamo alla rammaricata constatazione della rivista Limes: perché nonostante la vittoria conseguita dopo mezzo secolo di guerra fredda e trenta anni di globalizzazione liberista a guida U.S.A. gli Stati Uniti hanno perso il loro, per così dire, ascendente sul globo terracqueo? Per tentare di darne una plausibile e sintetica spiegazione è opportuno un breve e sintetico excursus di storia recente.



Dopo la fine della seconda guerra mondiale si configurò un nuovo equilibrio geopolitico basato sulla contrapposizione di due grandi potenze gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica che si contendevano vaste zone d'influenza nel mondo. Dopo il 1949, anno in cui l'URSS dimostrò che gli U.S.A non erano più l'unica superpotenza nucleare, tale equilibrio divenne quello basato sulla deterrenza, cioè sulla consapevolezza della molto probabile distruzione reciproca in caso di conflitto. Gli anni 50 furono il periodo culminante della egemonia economica americana anche se, appunto, coincisero con l'inizio della cosiddetta "guerra fredda" cioè un aspro confronto strategico, ideologico, politico e militare con l'altra super-potenza, l'Unione Sovietica appunto, ma com'è noto quest'ultima aveva un'economia assai meno sviluppata, era infatti meno della metà di quella americana. Gli accordi di Teheran e Yalta, verso la fine del secondo conflitto mondiale, avevano d’altronde assegnato agli Stati Uniti una zona di influenza molto ampia, che comprendeva l'Europa occidentale, il Canada, l'Australia, il Giappone, il Sud Corea e diversi paesi latino-americani; nella sfera d'influenza sovietica d'altro canto gravitavano quasi soltanto i paesi dell'Europa orientale e, dopo la rivoluzione castrista, anche Cuba e alcuni altri paesi socialisti. La Cina, allora vicina all'URSS per ovvie motivazioni ideologiche, se ne distanziò alla fine degli anni 50 a causa di diversi contrasti politici e di confine, rottura tra l’altro mai del tutto ricomposta. Gli Stati Uniti godevano, inoltre, di una posizione privilegiata nell'ONU, nelle grandi istituzioni economiche internazionali (il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale), nella Nato e, per mezzo della forza conseguentemente acquisita dal dollaro, nel sistema monetario internazionale. Gli U.S.A., per mezzo degli aiuti del piano Marshall, poterono inoltre stringere rapporti molto stretti con diversi Paesi europei e attraverso il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) potevano spingere verso una progressiva liberalizzazione del commercio internazionale, soprattutto nel mondo occidentale. L'indebolimento finanziario del Regno Unito, enormemente indebitato con gli Stati Uniti a causa della guerra, aveva inoltre sanzionato il definitivo spostamento della leadership finanziaria mondiale da Londra a New York. Dunque, negli anni 50 gli U.S.A. erano la maggiore potenza economica, militare, finanziaria e politica del mondo. Gli Stati Uniti rappresentavano la democrazia, il capitalismo e il benessere diffuso da esso derivato, detenevano la leadership mondiale della scienza e della tecnologia. Essi avevano, tra le grandi economie, il maggiore numero di laureati e di anni medi di scolarizzazione; il maggiore numero di addetti e la maggiore spesa per ricerca e sviluppo (R&S); il maggiore numero di occupati in settori moderni di attività economica; il maggior stock di capitale fisico incorporante tecnologia avanzata; il più alto numero di brevetti internazionalmente riconosciuti; una grande capacità di attrarre cervelli stranieri nelle prestigiose università ed enti di ricerca; un grande appoggio dello stato tramite la spesa per la difesa e per svariate agenzie federali; un'eccellente capacità di trasferimento dei risultati della ricerca tecnologica civile e militare nel campo della produzione di massa, etc. Il loro antagonista, l'Unione Sovietica manteneva un certo equilibrio solo nel campo strategico e militare e, nel settore spaziale era addirittura superiore, ma il suo sistema di pianificazione centralizzato ostacolava lo sfruttamento dei risultati dell'attività di ricerca. Nel frattempo la leadership americana nella sfera occidentale veniva accompagnata, negli anni 50 e 60 dal grande soft power americano, che si aggiunse allo hard power delle armi e della produzione. Erano gli anni in cui i film, i libri, la musica popolare, le serie TV, l'uso dell'inglese-americano nel mondo, l'attrazione dei grandi atenei e delle grandi riviste scientifiche americane, la magnificazione delle libertà associate alla democrazia, etc. contribuivano a diffondere lo stile di vita americano e la sua società consumista nell'immaginario dell'Occidente e non solo. Dunque il futuro della superpotenza americana al suo apogeo sembrava una strada priva di ostacoli un po’ come le sue grandi autostrade. Tuttavia anche ai giganti può capitare di fare il passo più lungo della gamba. Negli anni settanta, dopo aver impiegato dieci anni per perdere una guerra contro un piccolo stato del sud-est asiatico incrinando così la sua immagine di imbattibile superpotenza militare, gli USA tentarono di creare un "impero economico globale" moltiplicando gli investimenti diretti in Paesi produttori di materie prime e in paesi a elevata crescita e a basso costo del lavoro, dando il via ad un processo di globalizzazione economica e finanziaria. Tale processo però innescò una sorta di reazione a catena letale anche per gli stessi USA: la globalizzazione infatti stimolò una rapida de-industrializzazione, del Paese (nel 1987 gli USA, passarono da essere paese creditore netto a paese debitore netto), l'economia si avvitò in un devastante processo di finanziarizzazione (tuttora in corso) provocando un grande aumento delle disuguaglianze nei salari, nei redditi e nelle ricchezze; negli USA l'1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza. Dunque tornando ai timori riportati dalla rivista Limes: sono fondati? Chi scrive ritiene modestamente di no. Gli Usa sono tuttora ancora la più grande potenza economica, militare, finanziaria e politica del mondo e, forse, lo rimarranno ancora per qualche decennio, ma ora gli equilibri economici, geopolitici e militari del mondo sono mutati. Per gran parte del ventesimo secolo nessun altro paese raggiungeva neanche la metà del PIL degli USA, nel secolo corrente la Cina ha raggiunto e forse superato, se non in valore sicuramente in dimensioni, l'economia americana, e l'India va nella stessa direzione.



Gli USA comunque rimangono la più grande potenza militare, dispongono di basi sparse in molte parti del mondo e hanno un enorme quantità di mezzi tecnologicamente avanzati. Si, in effetti gli USA spendono una quantità esorbitante di danaro nella difesa, ma se ci si limita a quel parametro, come spesso fanno gli espertoni da talk show, gli errori di valutazione sono inevitabili. Gli USA spendono moltissimo, pare intorno agli 800 miliardi nella difesa, circa dieci volte il budget della Russia per intendersi, e costituiscono il grosso della NATO, che altro non è che il braccio politico armato degli Stati Uniti, ma li spendono male anzi malissimo. Basti pensare al celebre caccia F35 il progetto quasi trentennale più dispendioso della storia; più della metà degli esemplari prodotti non vola per guasti continui, o ai giganteschi aerei da trasporto C5 Galaxy afflitti da notevoli problemi strutturali, basti pensare che la NATO durante le operazioni in Iraq e in Afghanistan ha dovuto affittare aerei da trasporto russi. Non dimentichiamo poi che gli USA dopo la seconda guerra mondiale non hanno quasi mai dato prova di grande efficienza militare. Quando in un teatro di guerra le cose si mettono male spesso riattraversano gli oceani dai quali sono protetti e tornano a casa.





 



Urbano De Siato




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