venerdì 8 marzo 2024
Cultura e società
Tik Tok
C’è Social e social…

Siamo abituati ormai da anni a confrontarci con l’esistenza di social network, chat, blog, e quant’altro ci è arrivato in casa a seguito della connessione all’onnipresente rete Internet. Questi prodotti ad un esame superficiale possono sembrare tutti simili o addirittura uguali, così non è, per esempio sappiamo che Instagram è nato principalmente per pubblicare raccolte di foto e video, Facebook nacque inizialmente nel 2004 come servizio gratuito per gli studenti universitari di Harvard per favorire la reciproca socializzazione e fu successivamente ampliato ad altre università e scuole, per poi arrivare a una diffusione “urbi et orbi” a scopo commerciale e sociale. Ancora diverse sono le piattaforme whatsapp, telegram o messenger, per citare le più note, che pur consentendo anch’esse la condivisione di immagini e riprese video, hanno la funzione principale di scambiare messaggi fra gli utenti a costo praticamente nullo e le cui applicazioni sono veramente infinite, dalla condivisione delle prescrizioni mediche alla lettura dei contatori.



Fin da quando la radio prima, e la televisione poi, hanno cominciato a veicolare notizie sostituendo la lettura, si è parlato dell’abbassamento dello spirito critico con cui venivano assimilate le informazioni, fossero o meno commerciali, con conseguente atrofizzazione delle facoltà cerebrali dovuta al fatto che lo sforzo per ascoltare un oratore, tanto più se visibile, è inferiore a quello che serve per comprendere una lettura.



Nei decenni a seguire si è moltiplicata in progressione geometrica l’intensità del bombardamento mediatico sia commerciale che ideologico da parte di tutte le fonti in grado di veicolare un messaggio visivo fino ad arrivare a un inflazionamento dell’informazione che ha portato tutti a poter decidere a cosa credere e a cosa non credere sulla base di convinzioni personali, pregiudizi, o più spesso semplicemente di simpatie per i diversi divulgatori. Ferma restando l’efficacia di un messaggio promozionale soprattutto se ripetuto, assistiamo a una scelta da parte dell’utente della fonte di informazioni alla quale decide di abbeverarsi già conoscendone le opinioni di massima e quindi dello scarso impatto informativo dovuto al fatto che di regola l’ascoltatore già sa quello che dirà il giornalista o l’opinionista di turno su un determinato argomento.



In questa tempesta informativa cosmica, solo apparentemente non filtrata, di Youtube, VK, Facebook e tutto il resto del mondo, si nascondono delle insidie. Molte le conosciamo, altre no. La piattaforma cinese Tik Tok è forse al momento la più pericolosa di queste trappole. Tik Tok si presenta come un social network caratterizzato da innocenti balletti di ragazzini e video brevissimi apparentemente innocui spesso veicolanti messaggi elementari del tipo: tu cadi, io rido; in realtà la velocità, la promozione di contenuti insulsi quando non esplicitamente equivoci, la non considerazione di ogni e qualsiasi principio, da quelli etici a quelli semplicemente logici, ne fanno una sorta di droga digitale che dà assuefazione. Tik Tok è stato definito un’arma cognitiva, ovvero un’arma che attacca la capacità di ragionamento, di concentrazione, la volontà stessa di comprensione di un qualsiasi messaggio da parte degli utilizzatori riducendoli a degli apatici automi ipnotizzati da una miriade di contenuti completamente slegati tra loro e completamente illogici. A questo si aggiungono le cosiddette challenge, ovvero le sfide, un ragazzo che si butta da un motoscafo in corsa e che provoca emulazione in giovanissimi assolutamente impreparati fisicamente e tecnicamente ad affrontare una simile prova. Il pericolo dell’emulazione non è contenuto nel tuffo in sé e per sé, anche alle Olimpiadi vediamo gente che si tuffa da 10 metri ma è il contesto che fa la differenza, la noncuranza con cui vengono affrontati i pericoli fa sì che non ci sia la presentazione di tutta la preparazione atletica e tecnica che ci sta dietro facendole apparire come semplici giostre che chiunque può affrontare. Un’arma cognitiva utilizzata contro un corpo sociale, nel tempo lo riduce a un omogeneo minestrone di cervelli spappolati incapaci di generare qualsiasi ragionamento volto a raggiungere uno scopo e di concentrarsi su qualcosa che abbia una durata superiore a pochi secondi. Non è facile descrivere quello che è stato definito il fentanyl digitale, bisognerebbe vederlo per quanto possibile nella sua ampiezza e diversità. Comunque il fatto che alcuni paesi l’abbiano vietato con la motivazione che addirittura rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale la dice lunga sulle sue caratteristiche. Uno di questi paesi è l’India, un altro il Nepal e la stessa Cina ne ha vietato l’utilizzo sostituendolo con un’applicazione gemella (Douyin) che però guarda caso promuove di regola contenuti eticamente elevati, come spirito di sacrificio o identità nazionale. Un discorso a parte merita la censura, eh sì, perché tu puoi caricare quello che vuoi, ma non è detto che poi venga pubblicato. Argomenti tabù sul social da export del Celeste Impero sono per esempio, indovina un po’: i vaccini (ma dai, chi l’avrebbe mai detto…). La censura su Tik Tok, oltre che dai consueti algoritmi governati da I.A., viene gestita da diversi livelli di censori umani a disposizione dei quali viene messo un supporto psicologico generalizzato ad hoc per chiunque svolga quella mansione, come se fosse una mensa aziendale, supporto che a detta degli intervistati (rigorosamente anonimi) è essenziale per poter sopportare la visione delle migliaia di contenuti inimmaginabili e spesso demenziali che vengono proposti dai cervelli, purtroppo in buona parte malridotti, degli utenti della piattaforma cinese.



Un’arma cognitiva come strumento di una guerra psicologica dai cui attacchi nessuno difende le generazioni più vulnerabili. I risultati veri si vedranno col tempo. Roba da considerare l’apocalisse zombi quasi una liberazione.



Fabio Dalla Vedova




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