A colloquio con uno degli uomini politici più importanti dello scenario libanese
Non pensavo che sarebbe stato così facile. Ci tenevo a incontrare nuovamente, dopo vent’anni, il generale Michel Aoun, ex comandante dell’esercito libanese e capo di un governo militare provvisorio dal 1988 al 1990. Attualmente il generale Aoun, rientrato in Libano nel 2005 dopo quindici anni di esilio in Francia, è l’indiscusso leader di uno dei principali partiti cristiani del paese: il Movimento Patriottico Libero. Ho provato ad inviare una e-mail al suo sito internet ricordando i miei precedenti incontri e facendo presente le date del mio arrivo e della mia partenza dal Libano ed ecco, detto e fatto, l’appuntamento mi è stato accordato.
Venerdì 20 agosto mi sono così recato presso la villa (di proprietà di un amico) dove Michel Aoun trascorre le giornate più torride dell’estate libanese. Ho dovuto superare un discreto numero di posti di blocco dove i militari mi hanno gentilmente chiesto i documenti e controllato la macchina con un metal detector, poi sono entrato in una elegante, ma non lussuosa abitazione e sono stato fatto accomodare in una saletta davanti all’immancabile tazza di caffè. Pochi secondi di attesa ed ecco finalmente il generale, un poco invecchiato (non lo vedevo da vent’anni), ma tutto sommato in apparente ottima forma.
Abbiamo avuto un colloquio di circa un’ora. Cercherò di riassumerne il contenuto nelle poche righe che seguono.
Ho posto al generale Aoun tre domande. Per primo gli ho chiesto di spiegarmi le ragioni della sua alleanza con il movimento Hezbollah, alleanza le cui ragioni molti in Italia non hanno compreso.
La risposta è stata lunga, articolata e convincente.
Prima di tutto il Generale ha voluto precisare che si tratta di un accordo e non di un’alleanza. Poi ha fatto una constatazione che appare difficilmente confutabile. Le comunità cristiane nel Medio Oriente -tutte numericamente in calo- sono state per anni considerate alleate ed amiche dei paesi occidentali ed in particolare europei. Oggi però i rapporti internazionali sono basati solo su questioni di mero interesse economico. Le affinità religiose e culturali non hanno più alcuna rilevanza. Ed ecco quindi che i paesi europei prediligono avere buoni rapporti con paesi produttori di petrolio piuttosto che con piccole minoranze religiose. I cristiani in Libano hanno dovuto quindi prendere una decisione e l’hanno fatto accogliendo l’invito che è stato loro rivolto dal Sinodo straordinario dei Vescovi convocato da Papa Giovanni Paolo II: cercare di vivere in armonia con le altre realtà religiose che compongono il mosaico libanese. Dal punto di vista pratico questo vuole dire fare degli accordi cercando di sfruttarne vantaggi, ma sopportandone anche i problemi. Perché proprio un accordo con Hezbollah? In primo luogo perché è un movimento lontano dalle posizioni delle realtà estremiste della regione: Israele ed i Salafiti (che, detto per inciso, si sostengono a vicenda). In secondo luogo perché sono un movimento moderato e guidato da persone di riconosciuta onestà con cui i cristiani possono dialogare nella certezza che gli accordi raggiunti saranno rispettati. L’immagine che di Hezbollah viene fornita in occidente è completamente deformata in quanto si vuole a tutti i costi accreditare l’immagine di un movimento terroristico. In realtà in tutta la sua storia al partito Hezbollah non può essere attribuito un solo atto di terrorismo. L’attacco alle caserme dei marines americani e dei legionari francesi a Beirut -oltretutto condotto da un gruppo parallelo e non direttamente da Hezbollah- è stato infatti un atto di guerra, vale a dire un attacco a postazioni di truppe considerate occupanti. Se vi sono state tante vittime -vittime che, ha voluto precisare il Generale Aoun, sono oggi ricordate e piante al pari di quelle libanesi- è stato a causa delle negligenti misure di sicurezza adottate per difendere le caserme. Inoltre il partito Hezbollah ha a cuore l’indipendenza del Libano. Contrariamente a quello che si dice in Occidente non ha alcun legame di dipendenza con l’Iran. Certo la comune fede religiosa fa sì che vi siano rapporti e contatti, ma questo non vuole dire che Hezbollah sia la longa manus degli iraniani nel paese dei cedri. Peraltro, ha voluto ancora precisare il Generale Aoun, anche sull’Iran l’Occidente ha un immagine deformata dalla propaganda. Certamente quello di Teheran è un regime politicamente duro, ma sul piano religioso è estremamente tollerante. E’ ammesso il culto pubblico anche per le religioni non musulmane, le chiese hanno campanili ed espongono croci, si può produrre il vino, molti edifici religiosi cristiani sono stati ristrutturati con finanziamenti pubblici, le minoranze religiose hanno una rappresentanza garantita in parlamento e in generale non soffrono limitazioni alla loro libertà. Tutte queste circostanze sono state confermate al Generale, nel corso di una sua recente visita in Iran dagli stessi rappresentanti delle minoranze religiose -ivi compresi gli Ebrei-. Con Hezbollah vi è inoltre un elemento comune molto importante -ha concluso il Generale- vale a dire l’opposizione alla politica americana ed europea in ordine al definitivo insediamento del profughi palestinesi in Libano.
L’accordo tra il Movimento Patriottico Libero ed Hezbollah ha avuto una eco positiva anche presso molte minoranze cristiane al di fuori dei confini libanesi. Lo confermano i numerosissimi messaggi che l’uomo politico libanese mi ha rivelato essergli stati inviati e le calorose accoglienze che egli riceve quando viaggia in altri paesi arabi (ha fatto notizia una conferenza di Michel Aoun all’università di Damasco davanti ad oltre mille tra professori e studenti cristiani).
Ho poi chiesto al Generale Aoun cosa pensasse degli incidenti recentemente avvenuti alla frontiera tra Libano ed Israele e mi ha risposto che si è trattato dell’ennesima provocazione dell’esercito israeliano, provocazione che, in questo caso, ha trovato una dura risposta da parte dei militari libanesi. Da allora peraltro, mi ha detto, l’esercito israeliano non ha più superato la linea di confine.
Infine ho voluto uscire dal teatro libanese e ho chiesto a Michel Aoun se credesse nella versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre 2001. Mi ha risposto che lui è andato negli Stati Uniti proprio in quella data. Il giorno successivo è passato vicino al Pentagono ed ha potuto distintamente notare che sul prato non vi era un solo piccolo frammento dell’aereo che si sarebbe scagliato contro l’edifico. Una circostanza a dir poco sospetta. Se ancora il generale Aoun non fa parte della schiera definita dei “complottisti” è sulla strada buona per arrivarci…
A questo punto il colloquio è finito, lo “stato maggiore” del suo partito attendeva il generale Michel Aoun in una saletta vicina a quella dove era avvenuto il colloquio e quindi non ho voluto fargli perdere ulteriore tempo. Un breve cordiale saluto e mi sono accomiatato dopo essermi augurato di poterlo incontrare per una quarta volta (questa era la terza).
L’impressione che ho avuto dall’incontro mi ha confermato l’idea che già avevo del Generale Aoun:un uomo profondamente onesto ed innamorato del suo paese, ma anche un politico lungimirante e con una mentalità straordinariamente elastica. Sono assolutamente convinto che, malgrado la sua non più giovanissima età, l’ex capo di Stato Maggiore dell’esercito libanese potrà essere ancora molto utile al proprio paese. Peccato non poterne fare un duplicato da importare in Italia.
Mario Villani