Nell’agosto del 1990, mentre il Libano era martoriato da una guerra che si protraeva da oltre venticinque anni, un gruppo di italiani (rinforzato da alcuni spagnoli) arrivò nel paese dei cedri portando e distribuendo alla popolazione un significativo carico di medicine, viveri, carrozzelle per bambini e generi di conforto. Quegli italiani, tra cui il sottoscritto e molti amici del gruppo di Voghera che oggi fanno parte del circolo Beato Carlo d’Asburgo, se ne tornarono a casa, dopo un mese trascorso a girare tra macerie e disperazione, con la certezza che prima o poi il Libano, malgrado le spaventose difficoltà in cui si trovava, sarebbe risorto. Troppa era la fierezza dei suoi abitanti, troppo forte l’attaccamento alle proprie radici culturali e religiose per non esserne intimamente convinti.
Il 18 agosto di quest’anno sono tornato in Libano. Due gli scopi del viaggio. Il primo accompagnare una mia cara amica ed i suoi famigliari in un pellegrinaggio per chiedere a Charbel, il noto santo taumaturgo libanese, la grazia dalla guarigione da una grave malattia, il secondo ricordare, a vent’anni di distanza, quella che allora fu una vera e propria impresa a cui dedicarono spazio e attenzione (sia pur con micragnosa parsimonia) persino importanti mass media nazionali.
L’arrivo all’aeroporto di Beirut, alle cinque e mezzo del pomeriggio, è stato traumatico. Partiti dall’Italia con una temperatura assolutamente sopportabile veniamo accolti dai 43 gradi di una delle più intense ondate di calore abbattutesi sul paese negli ultimi cento anni, ovviamente in felice coincidenza con il nostro arrivo. Per fortuna ad attenderci ci sono anche l’amica Jocelyne e le ragazze del suo movimento, “La Libanaise - famme du 31 mai”, che ci salvano offrendoci il rifugio di autovetture dotate di impianti di condizionamento d’aria probabilmente sottratti da una qualche cella frigorifera. Rischiamo un raffreddore per lo sbalzo di temperatura di quasi trenta gradi, ma almeno evitiamo di concludere il nostro viaggio sul piazzale dell’aeroporto per una sincope da calore.
Il nostro albergo è situato ad Harissa, una collina che domina il mare nel golfo di Jouniè, a fianco della famosa statua della Madonna del Libano. Per raggiungerlo attraversiamo praticamente tutta Beirut. Possiamo così subito constatare quali imponenti cambiamenti siano avvenuti nel paese. Lunghe file di palazzi nuovi e splendenti hanno preso il posto delle macerie che avevamo nella memoria. Lungo le strade molte autovetture nuove fiammanti, mentre le vetrine dei negozi farebbero invidia ad un centro commerciale di Milano. Si può dire che i segni materiali della guerra siano stati completamente cancellati.
Nel centro di Beirut vediamo alcune moschee nuovissime, una delle quali sembra costruita proprio per coprire con la sua mole imponente una antica e bellissima chiesa. Ci spiegano che ormai il centro della città è completamente islamizzato e che persino nei quartieri cristiani l’ex presidente Hariri ha fatto costruire alcune moschee.
Peraltro, a parte non pochi problemi e con le dovute distinzioni tra sciiti e sunniti, i rapporti con i musulmani non sono al momento pessimi. L’attacco israeliano del 2006 e la distruzione del sud del paese hanno fatto scattare un sentimento di solidarietà nazionale che ha coinvolto tutte le confessioni religiose. Molti profughi musulmani in fuga dal sud bombardato sono stati accolti in case di cristiani e questo ha creato legami umani che facilitano un prudente dialogo tra le comunità.
Superata Beirut entriamo nel cuore della regione cristiana. Non si fa fatica ad accorgersene. Ovunque si vedono chiese e conventi, mentre sulle cime rocciose delle colline spiccano grandi croci. Da queste parti viene considerato fondamentale dare al territorio un aspetto conforme alla propria Fede. I simboli esteriore vengono considerati -giustamente- importantissimi. E’ una componente di quello che si intende con “islamizzazione” o “cristianizzazione” del territorio.
Dopo una notte in cui la temperatura non scende al di sotto dei 35 gradi (fortunatamente l’albergo ha l’aria condizionata) il giorno dopo inizia il nostro tour libanese. Si parte dall’appuntamento più importante, quello con San Charbel. Il monastero e l’eremo del famoso santo libanese sorgono sugli aspri rilievi alle spalle di Byblos a circa ottocento metri sul livello del mare. Arriviamo all’eremo alle dieci, in tempo per la Santa Messa. Malgrado sia un giorno feriale la Chiesa è stracolma e molta gente non trovandovi posto ascolta la Messa dal piazzale. La cerimonia è accompagnata dai suggestivi canti maroniti intonati a gran voce dall’intero popolo dei Fedeli. Non posso non fare un confronto con le Messe nelle nostre chiese molto più scialbe e purtroppo molto meno partecipate. Dopo la Messa scendiamo al grande Monastero e, dopo aver visitato un piccolo museo ci rechiamo sulla tomba di San Charbel per un lungo momento di preghiera e raccoglimento. Il Monastero è pieno di gente, tra cui non manca neppure qualche musulmano, e la processione per potersi inginocchiare davanti alla bara del Santo è ininterrotta dalle prime luci dell’alba fino a pomeriggio inoltrato. La giornata si conclude con la visita ad altri monasteri della regione dove riposano le spoglie mortali dei santi maroniti, San Hardini -professore di San Charbel-, Santa Rafqa e del neo-beato (la beatificazione è avvenuta nel mese di giugno) Stephan Nahmè. La sera, dopo aver confortato la spirito durante il giorno, andiamo confortare il corpo con una straordinaria cena nello yacht club di Kaslik dove siamo stati invitati da amici.
Il giorno successivo io, da solo, mi reco ad un incontro con il generale Michel Aoun -di cui riferirò in un apposito articolo- mentre le persone che mi accompagnano vanno a visitare le straordinarie grotte di Jeida. Il pomeriggio partenza per la valle di Qadisha, una lunga e stretta valle che taglia il massiccio del monte Libano. La valle di Qadisha è conosciuta come la valle dei santi per lo straordinario numero di eremi, conventi e santuari che vi sono stati costruiti nel corso dei secoli. Fu in questa valle che i maroniti trovarono il loro estremo e inviolato rifugio durante le persecuzioni arabe ed ottomane. In fondo alla valle sorge il villaggio di Beqa Kafra, dove vi è la casa natale -poverissima- di San Charbel oggi trasformata in un piccolo museo ed in un centro di pellegrinaggio. Dopo aver pregato nella cappella sorta a fianco della casa andiamo a prendere Messa nella chiesa del villaggio. Anche qui chiesa piena e lturgia accompagnata dal canto corale di tutto il popolo.
Dopo Beqa Kafra visitiamo la pittoresca cittadina di Bcharre ed andiamo a prenderci il lusso di una passeggiata in una delle ultime foreste di millenari cedri del Libano esistente nel paese. Cena a Batroun, dove per il caldo tento di gettarmi vestito in mare, venendo trattenuto a stento dai presenti.
Il giorno dopo si parte per la valle della Beeka. Le notizie che giungo sono allarmanti. A Damasco, che dista poche decine di chilometri dalla regione, sono segnalati cinquantaquattro gradi e veniamo informati che a Baalbek, prima tappa del nostro tour la situazione non è molto differente. Ci rassegniamo agli inevitabili “disagi” e partiamo. Attraversiamo la catena del Monte Libano su una strada voluta dai siriani dopo l’occupazione e duramente contestata dai cristiani perché permetterebbe una rapida occupazione della parte centrale della loro regione. In effetti i posti di blocco dell’esercito, onnipresenti, qui sono molto più massicci e dotati di armi pesanti, artiglieria e carri armati. Prima di entrare a Balbek andiamo a far visita al Vescovo della Diocesi, Mons Hatallah, con il quale abbiamo un interessantissimo colloquio di cui parleremo in altra sede. Tutta la valle della Bekaa -con la sola eccezione di qualche villaggio cristiano- è coperta di bandiere dell’Hezbollah, di ritratti dei suoi leader e dei suoi morti e di striscioni che riportano frasi del Corano. La visita a Baalbek è di quelle che mozzano il fiato (e non solo per il calore). La cittadella composta da rovine di templi romani è veramente una delle meraviglie del mondo. Non si può descrivere bisogna per forza vederla. Dopo Baalbek ci rechiamo a Zahlè, ultima città cristiana della Bekaa. La differenza è evidente e colpisce anche i miei accompagnatori. Mentre Baalbek è di una sporcizia inimmaginabile -con l’eccezione del sito archeologico- Zahlè potrebbe sembrare, per ordine e pulizia, una cittadina del Canton Ticino.
Alla sera la cena, anche in questo caso di straordinaria qualità, è presso il ristorante gestito dalle ragazze del movimento “La Libanaise”.
La mattina dopo partiamo con un aereo della MEA, di cui non posso non sottolineare la bontà del trattamento e, meno di tre ore dopo come si suol dire stanchi ma felici, atterriamo a Malpensa.
Non voglio in questa sede fare considerazioni di ordine politico. Preferisco rinviarle ad altro più specifico articolo. Quello che abbiamo fatto è stato in primo luogo un pellegrinaggio per chiedere una grazia ad un santo di cui ogni giorno si riferiscono eventi prodigiosi. Non so se la grazia sarà accordata nei termini in cui noi l’abbiamo chiesta. So per certo che ho visto partire una persona che la malattia aveva sicuramente segnato nel morale e l’ho vista tornare trasformata. Purtroppo non guarita, almeno non ancora, ma molto più serena nell’affrontare gli avvenimenti che verranno. Non l’ho notato solo io, l’hanno rilevato tutti. San Charbel forse ha cominciato ad entrare in azione…
Mario Villani