lunedì 9 agosto 2010
Religione
“Vacanze alternative”
Avventure e disavventure di chi, nei secoli passati, decideva di fare un pellegrinaggio

E’ tempo di ferie. Molti stanno preparandosi alla partenza verso località di villeggiatura al mare o in montagna. Ovviamente tutto è già organizzato, dalla prenotazione della camera d’albergo all’accurato studio del percorso più comodo e veloce.
E se qualcuno proponesse di raggiungere l’ambita meta vacanziera a piedi, muniti solo di un bastone e di una bisaccia con dentro l’indispensabile per non morire di fame? Ovviamente si sentirebbe dare del matto. Orbene se a qualcuno è venuta la pelle d’oca solo al pensiero di una scarpinata di trecento chilometri legga un poco cosa dovevano sopportare i buoni cristiani che, nei secoli passati, si mettevano in cammino per raggiungere uno dei luoghi simbolo della Cristianità: Roma, Gerusalemme, Santiago de Compostela, Mont saint Michel, Colonia, Chartres, Loreto, Vezelay, Tours e altri un poco meno“gettonati“.
Non si deve assolutamente credere che il fenomeno del pellegrinaggio riguardasse un numero limitato di persone. Al contrario a partire dal VII° secolo le strade d’Europa furono percorse da decine di migliaia di persone di ogni età e di ogni ceto che volevano raggiungere un luogo santo dove chiedere una grazia od ottenere il perdono per una grave colpa commessa. Solo a Santiago, nel tardo Medioevo, il numero dei pellegrini oscillava tra i duecentomila e i cinquecentomila ogni anno ed in un santuario “minore” come Einselden nel 1466 si contarono centotrentamila pellegrini…
Possiamo tranquillamente affermare che se in Europa esiste un idem sentire, un minimo comun denominatore culturale che unisce le genti delle varie nazionalità questo è sicuramente dovuto anche alle masse di persone che hanno attraversato il continente facendo conoscere i propri usi e costumi e imparando ad apprezzare quelli degli altri popoli. La diffusa conoscenza della lingua latina e la comune liturgia hanno favorito la diffusione della convinzione che i popoli europei, al di là delle frontiere e delle divisioni, avessero comunque un destino comune. Non è difficile immaginare quale sentimento dovesse provare, per esempio, un polacco nello scoprire che, a mille chilometri dalla propria casa, si poteva ascoltare la medesima Messa e sentire persone che si rivolgevano a Dio con le stesse preghiere.
La decisione di partire per un pellegrinaggio non era ovviamente presa a cuor leggero e coinvolgeva famigliari, concittadini e membri della stessa corporazione dell‘aspirante pellegrino. Sovente erano anzi proprio costoro a farsi carico di raccogliere il denaro necessario per il lungo viaggio e per sostenere la famiglia durante l’assenza -che talvolta poteva durare anni- del pellegrino.
L’organizzazione materiale del viaggio invece non era difficile. Chi partiva portava con sé solamente un bastone, una bisaccia con dentro pochi viveri, un coltello ed un mantello con cui ripararsi dalle intemperie e che veniva usato anche come coperta per le notti all’addiaccio. Tutti questo oggetti venivano benedetti la sera prima della partenza nel corso di una cerimonia a cui partecipava normalmente tutto il paese. Il parroco consegnava inoltre al partente una lettera che lo qualificava come pellegrino e che poteva risparmiargli non pochi problemi una volta che fosse arrivato in terra straniera.
A parte pochi benestanti, che potevano permettersi una cavalcatura, la stragrande maggioranza dei pellegrini doveva compiere il percorso, talvolta di migliaia di chilometri, a piedi, attraversando fiumi, montagne e foreste infestate da briganti e da bestie feroci. Il tutto orientandosi con il sole e le stelle, senza una carta geografica (le prime entrarono in uso solo a partire dal tardo Medioevo) ed utilizzando un sistema viario oggi inimmaginabile. Le uniche fonti di informazioni sul percorso, sui pericoli che lo disseminavano, sui possibili posti di ristoro erano costituite dai racconti di altri pellegrini che avevano già fatto il medesimo tragitto. Esisteva sì una “Guida del pellegrino”, ma i libri a quell’epoca erano riservati a pochi benestanti ed inoltre le notizie che erano contenute nella “Guida” normalmente non erano di grande utilità al viaggiatore perché frutto più della fantasia dell’estensore che di reali conoscenze geografiche.
Un particolare problema era rappresentato dall’attraversamento di fiumi. I ponti erano rari (quasi tutti di origine romana) e quindi ci si doveva affidare a dei traghettatori, dove esistevano e dove non erano troppo esosi, oppure affidarsi alla forza delle proprie braccia. Non pochi pellegrini perirono proprio nell’attraversamento dei grandi corsi d’acqua che costellano le pianure europee.
Per trovare un tetto sotto cui pernottare -ed eventualmente un pasto ristoratore- invece non si doveva faticare molto. Ogni convento apriva le porte ai pellegrini ospitandoli per amore di Cristo anche quando il loro numero portava un oggettivo turbamento alle attività monastiche. La Carità cristiana aveva poi fatto sorgere in tutta Europa, in particolare lungo le grandi rotte dei pellegrinaggi, tutta una fitta rete di ospizi, xenodochi e ospedali che si incaricavano di aiutare i pellegrini in transito, curare quelli ammalati e provvedere alla sepoltura di quelli che perivano lungo il viaggio. Vi erano poi delle locande a pagamento, vero e proprio abbozzo di quella che sarà la futura struttura alberghiera, ma i racconti dei pellegrini non sono particolarmente lusinghiere nei loro confronti. Pare infatti che il cibo fosse scadente, le condizioni igieniche spaventose e non mancassero furti e grasseggi.
Problemi particolari poneva poi il pellegrinaggio a Gerusalemme sia per la presenza dei musulmani, che sovente rapivano o uccidevano i pellegrini sia per la necessità di un lungo viaggio via mare le cui difficoltà facevano impallidire quelle in cui si imbatteva chi doveva affrontare solo percorsi terrestri.
L’arrivo alla meta desiderata era un momento unico nella vita del pellegrino. Dopo mesi di duro cammino e di comntinui pericoli ecco finalmente il monastero, o il santuario dove poter chiedere a Dio, per intercessione del Santo prescelto, una grazia o il perdono. Erano giorni di preghiera e di gioia nello stesso tempo. Prima di riprendere il cammino del ritorno ogni pellegrino lasciava presso il santuario un proprio ricordo, quasi a voler perpetuare la propria presenza in quel luogo di Grazia. Statuette di cera, piccole immagini, monili preziosi riempivano le navate dei santuari e servivano anche a rimpinguarne le casse. Questa abitudine si è perpetuata negli ex voto come tutti hanno potuto notare andando ad esempio al Santo di Padova a Notre dame de la Guerison a Courmayeur.
Al ritorno il pellegrino era accolto come un eroe e festeggiato non solo dalla sua famiglia, ma dall’intero villaggio. Ed eroe era veramente stato se tale qualifica è meritata da chi ha il coraggio di esporsi a rischi e disagi per uno scopo nobile.
Noi oggi forse sorridiamo di fronte a questa devozione, preferendo l’ombrellone di Milano Marittima ai perigli di simili viaggi. Eppure quelli sono uomini che hanno saputo costruire degli imperi e difenderli da nemici spietati. Oggi, al massimo, noi riusciamo a conquistarci un posto in terza fila ai bagni Serenella.

Mario Villani




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