Il teatro mediorientale, con le sue estensioni centroasiatiche, ha visto negli ultimi mesi il rovesciamento di alleanze strategiche e il mutamento di linee politiche consolidate. Siamo in vista di nuovi equilibri o di errori di valutazione forieri di evoluzioni disastrose?
La politica internazionale concernente l’area che va dal Mediterraneo orientale ai confini Afghani, area che possiamo definire come medio oriente allargato, interessando anche le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale e il Caucaso ha visto nel recente periodo il mutamento di equilibri che si ritenevano consolidati.
Il rovesciamento di campo più clamoroso anche se maturato da più lungo periodo è stato la rottura dell’alleanza strategica tra la Turchia e Israele. Che tra le classi dirigenti dei due paesi non vigesse più la consonanza di intenti manifestata negli anni precedenti alla invasione americana dell’Iraq era divenuto a tutti manifesto dopo lo scontro verbale avvenuto tra Erdogan e Perez sul palcoscenico del forum economico mondiale a Davos, nel gennaio del 2009. Non era per altro immaginabile che Tel Aviv, non solo non facesse nulla per recuperare il vecchio alleato, ma con un crescendo di provocazioni facesse di tutto per consolidarne il distacco giungendo infine alla rottura totale con l’assalto piratesco e sanguinoso alla flottiglia recante aiuti umanitari a Gaza del 31 maggio scorso. Assalto che provocando la morte di 9 cittadini turchi ha creato un solco incolmabile tra i due paesi. Solco reso ancora più profondo dal rifiuto ostentato e stupido da parte del governo sionista di porgere delle scuse per quella che è stata nella migliore delle ipotesi una azione insensata.
Ma ancora più insensata appare la volontà da parte di Israele di privarsi dell’unico alleato nella regione. Un alleato poi del calibro della Turchia, membro della NATO, ed unico paese dell’alleanza atlantica dotato di forze armate in grado di sostenere un conflitto convenzionale classico di tipo prolungato. Un partner commerciale di grande rilievo pronto, negli anni scorsi a partecipare al prolungamento delle pipeline Baku-Tbilissi-Cheyan con un oleodotto sottomarino che portasse direttamente ad Haifa il petrolio del Caspio. Un alleato dal cui sistema di dighe ed invasi dell’Anatolia centrale viene prelevata l’acqua indispensabile al mantenimento dell’agricoltura e della popolazione di Israele. Acqua alla cui probabile perdita si tenterà ora di ovviare con un discutibile progetto per collegare con condotte sotterranee il Mar Rosso al Mar Morto. Ma il peggior incubo che dovrebbe agitare i sonni dei governanti di Tel Aviv e dato dal riavvicinamento, provocato dai loro atteggiamenti, tra Turchi e Siriani. Divise per anni dall’appartenenza a campi avversi, dalla sostanziale condiscendenza siriana verso la propria piccola minoranza Kurda, e dal contenzioso sullo sfruttamento delle acque dell’Eufrate da parte dei turchi, che con il sistema dei dighe Ataturk ne riducevano considerevolmente la portata, Damasco ed Ankara hanno ritrovato in questi mesi motivi di intesa sfociata in un inizio di cooperazione militare. Una Siria coperta dalla profondità strategica costituita dalla Turchia diventerebbe un boccone molto indigesto da digerire. Basterebbe che il sistema radar di difesa aerea di Ankara, che già adesso per ovvi motivi copre tutto lo spazio aereo siriano fornisse via cavo i suoi rilevamenti alle batterie di Damasco per rendere molto meno praticabili i cieli siriani agli, oggi onnipotenti, piloti di Tel Aviv. Un conflitto armato con una partecipazione diretta dei turchi porrebbe poi al governo sionista come unica opzione per la propria sopravvivenza l’innalzamento della soglia dello scontro a livello nucleare. Cosa pensino di fare Netanyau e Liberman con la loro politica non è comprensibile. Applicano forse l'opzione definita da Moshe Dayan del “cane rabbioso” troppo pericoloso perché qualcuno gli si avvicini. Dimenticano che nel modo musulmano, diversamente che nell’esangue occidente, i cani rabbiosi vengono prontamente ammazzati.
Da parte sua la Turchia, su altri fronti, non è esente dal turbare equilibri faticosamente e fortunosamente raggiunti. Per la prima volta da secoli Istambul e Mosca avevano, e si spera conservino, raggiunto una visione strategica dei teatri geopolitici in cui interagiscono priva di ostilità reciproca. I secolari nemici sembravano aver raggiunto una consonanza di intenti sia nel Caucaso che in Asia centrale e nel intrattenimento di relazioni amichevoli con l’Iran. Mosca vedeva con favore l’impegno dei turchi nel ricucire le relazioni con il proprio alleato armeno e nel patrocinio del ristabilimento di una pace duratura tra Erevan e i turcofoni Azeri. Inoltre la Russia vedeva positivamente l’azione diplomatica stabilizzatrice di Ankara nei confronti delle repubbliche etnicamente proto turche dell’Asia centrale ex sovietica. Da parte turca, una Russia non più comunista e in relative difficoltà, non veniva più percepita come una minaccia, tanto più in quanto tra le due nazioni si andavano stringendo relazioni economiche strategiche. Ora queste relazioni ottime sino a poche settimane or sono, rischiano un raffreddamento, e per l’inopportuno attivismo turco nei Balcani, in specie nei confronti della Serbia, da sempre sfera di influenza esclusiva del kremlino, e per il coinvolgimento turco nel “nuovo” corso delle relazioni internazionali della Georgia. Il presidente georgiano Sakashvili ha incassato il sostegno Iraniano alle sue iniziative diplomatiche contro la secessione sostenuta da Mosca di Ossezia e Abkhazia e Ankara si è lasciata coinvolgere nel gioco diplomatico dell’uomo di Tibilissi nell’ambito di un tentativo di creare una compagine di paesi ostili a nuove sanzioni all’Iran.
Anche a Mosca per altro la visione strategica sul medio oriente pare lievemente offuscata o figlia di contrasti interni non definiti. Il voto delle sanzioni all’Iran in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU stravolge politiche consolidate, partnerariati economici cospicui e tuttora in corso e mette in discussione equilibri faticosamente raggiunti in sede di Shanghai Cooperation Organisation. Inoltre le sanzioni votate all’ONU, sconfessando l’accordo raggiunto con Teheran da Turchia e Brasile per l’arricchimento del combustibile nucleare, oltre a raffreddare notevolmente le relazioni con Ankara mettono in crisi le volontà di costituire un sistema di diplomazia multipolare che ha il suo cuore nelle relazioni speciali tra i paesi del BRIC (Brasile, Russia. India e Cina). Se tutto questo fosse dovuto a una ripicca provocata dall’ ex(???) servo di Washington georgiano bisognerebbe pensare che la signora Clinton, la cui visita a Tibilissi ha preceduto le mosse di Sakashvili, è un degno sostituto di Henri Kissinger nel costruire provocazioni diplomatiche di assoluto successo.
Non volendo attribuire alla diplomazia di Mosca una patente di totale dabbenaggine bisogna pensare che altre motivazioni, ben più gravi sottendano la decisione del kremlino di non opporre il veto a nuove sanzioni all’Iran. E’ possibile che la Russia non abbia voluto rimanere isolata nel consiglio di sicurezza. Atteso che la Cina, al di la di screzi formali, è legata agli Stati Uniti dal cappio dei 700 miliardi di dollari del debito americano che detiene. Ma è possibile che la mossa Russa sia anche un astuto tentativo di attirare gli USA nella trappola di un attacco all’Iran. Un Iran indebolito dalle sanzioni, tanto da non costringere gli aggressori ad una opzione nucleare che sarebbe devastante anche per il territorio Russo, ma capace di provocare il tracollo delle esportazioni petrolifere dal golfo persico, cosa dalla quale Mosca trarrebbe un immenso profitto. Una mossa degna del grande gioco che oppose gli Zar all’Inghilterra, alla fine dell’800, e che pianterebbe un altro chiodo nel coperchio della bara dell’egemonia delle potenze thalassocratiche anglosassoni sul mondo.
Scipione Emiliano