La Turchia avanza con passi da gigante verso una ripresa della funzione geopolitica svolta sino ai primi del secolo scorso dall’impero ottomano.
Nello spazio geopolitico del Medio Oriente si sta assistendo negli ultimi due anni al rovesciamento di relazioni consolidate e allo spirare di un vento di cambiamento quale mai si era assistito nell’area, ad onta del perdurante stato di conflitto che l’ha afflitta, dai giorni dallo smembramento dell’Impero Ottomano. Parafrasando il famoso aforisma di Carlo Marx si può ben affermare che : “uno spettro si aggira per il Levante. La Turchia”. I prodromi di questa nuova situazione possono ben individuarsi nelle vittorie elettorali che hanno portato al potere il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, l’AKP di Recep Erdogan ma il catalizzatore del nuovo indirizzo della politica turca va individuato nella concomitanza e nell’intrecciarsi di accadimenti che pur incidendo su diversi scenari hanno orientato la politica di Ankara verso un ritorno, con i dovuti adattamenti ai tempi, agli indirizzi e alle aspirazioni che furono della “Sublime Porta”. I fattori che, sovrapponendosi e intrecciandosi, hanno determinato il nuovo corso sono sostanzialmente quattro : Il crollo dell’URSS e il nuovo atteggiamento Russo nei confronti della cintura confinaria asiatica; Il tentativo di adesione alla UE; La sconsiderata e aggressiva politica neocon israelo-americana nella regione e finalmente la rinascita di un Islam turco pragmatico ma culturalmente egemone nella nazione.
Il crollo della non compianta Unione Sovietica, ha visto da un lato la scomparsa di una minaccia avvertita come costante dai Turchi sin dai tempi di Pietro il Grande e la nascita di una cintura di stati turcofoni in Asia centrale dall’altro il riaccendersi di turbolenze destabilizzanti nel Caucaso e nei Balcani Occidentali da cui la Turchia poteva trarre vantaggio sfruttando relazioni storiche importanti ma anche importare nuovi problemi di ordine pubblico. Per risolvere al meglio questi problemi e trovare una via di penetrazione nelle nuove repubbliche centroasiatiche, ancora soggette alla naturale e vigile egemonia di Mosca, ancora in era eltsiniana Ankara venne sviluppando una progressiva e sempre più cordiale collaborazione regionale con la Federazione russa. Collaborazione che è diventata sempre più consonanza di intenti a causa degli sviluppi destabilizzanti provocati nell’area dalla aggressione americana all’Iraq.
Il tentativo, patrocinato dagli USA e per ora abortito, di accedere in tempi brevi all’Unione Europea ha avuto su due effetti contrastanti. Da un lato la necessità di presentare il paese come una moderna nazione compiutamente democratica ha indebolito la stretta che gli alti gradi militari, di ispirazione kemalista, fortemente influenzati dalla ideologia laicista e paramassonica che aveva ispirato la modernizzazione della Turchia ad opera dei “Giovani Turchi” e di Mustafà Kemal “Ataturk”, mantenevano sul governo della nazione, confermati in questo dalla indifferenza, se non dal compiacimento della NATO ogni qual volta avevano interrotto il processo democratico del paese con un colpo di stato. Dall’altro la massa di regole, imposizioni e diktat volti a stravolgere l’esistenza dei turchi, che i burocrati della UE avevano proposto come aut-aut per avviare le trattative per una adesione hanno provocato una forte irritazione nella classe dirigente turca irritazione seguita poi dalla disillusione una volta chiaro che anche accettando tutto l’adesione restava nel regno del forse. Disillusione che a livello popolare si traduceva in un aperto rigetto e in una forte pressione per un reindirizzo in chiave panturca ed asiatica dell’orientamento della politica estera nazionale.
L’aggressione americana all’Iraq, fortemente avversata da Ankara, che vedeva, come poi è puntualmente accaduto, nella caduta del regime Bahatista di Baghdad il pericolo della frantumazione del paese con conseguente nascita di una entità politica Kurda più o meno indipendente, ha portato un ulteriore colpo alla già granitica alleanza turca con l’occidente.
La nascita di questa nuova entità politica kurda e il supporto che in termini di addestramento militare e fornitura d’armi Israele le fornisce ha di fatto vanificato il successo ottenuto dalle forze di sicurezza Turche con l’arresto di Abdullah Ocalan, il comandante del PKK e ha creato un santuario ben più sicuro rispetto al passato per i guerriglieri che colpiscono nell’Anatolia sud orientale e recentemente si sono spinti ad attaccare anche obbiettivi sulla costa mediterranea. Ciò ha comportato una progressiva revisione dei rapporti con l’occidente ma soprattutto con Israele.
Da ultimo la crescita di un islam pragmatico e tollerante, come costume già degli ottomani, ma nutrito di una prospettiva universalistica consacrata dalla tradizione storica della lunga parentesi del califfato insediato a Istambul, ha fatto si che la classe dirigente turca si sentisse investita di una legittimazione ad ergersi a tutela dei diritti calpestati degli ex sudditi del “Divano”. Fatto che l’ha posta in aperto contrasto con l’ex alleato di Tel Aviv che inoltre, di suo, non ha fatto nulla per interrompere la spirale degli atriti, anzi si è fatto parte diligente nel buttare benzina sul fuoco.
Così allo scadere degli anni dieci del nuovo millennio, ad un soffio dal centenario della sostanziale cancellazione del califfato ad opera della rivoluzione interna dei “Giovani Turchi”, la politica imperiale si ripropone ad Ankara. Sospesa, ma forse recisa definitivamente l’alleanza con Israele. Consolidato un legame militare con Damasco e Teheran . Con alle spalle una Russia amica se non alleata. Punto di riferimento delle repubbliche turcofone dell’Asia centrale che possono sfruttare gli oleodotti e i gasdotti turchi, attivi o in costruzione, per veicolare le proprie ricchezze minerarie ai mercati. Punto di riferimento storico altresì della dorsale di staterelli mussulmani creatisi nei Balcani occidentali a causa delle guerre iugoslave. La Turchia si pone come l’incognita strategica cruciale per la situazione geopolitica di una regione essenziale per il futuro degli equilibri mondiali quale è quella che va dal cuore dell’Europa a quello dell’Asia passando per i vespai del Caucaso e del medio oriente.
I soloni che in Europa guardano con fastidio la crescita di questa potenza un tempo prona, per interposti generali golpisti, ai voleri dell’occidente dovrebbero invece ragionare sul come mantenersela amica o meglio alleata senza indulgere in assurdi tentativi di cooptazione in una UE gia demagogicamente allargata a dismisura. Per porsi nelle condizioni di fare questo occorrerebbe anzitutto rivedere criticamente, a livello storico e quindi di interpretazione della realtà, le dissennatezze delle potenze coloniali che all’indomani del 1° conflitto mondiale decretarono lo smembramento dell’impero ottomano in tante realtà artificiali la cui esistenza conflittuale ha decretato il disastro politico ed umanitario che da tanti anni affligge la regione.
Massimo Granata