sabato 1 maggio 2010
Esteri
Ci sarà o no il tanto paventato attacco all'Iran?
L’analisi delle vicende internazionali e di quelle medio orientali in specie deve ragionevolmente fondarsi sul presupposto che gli attori che si muovono sullo scenario godano di una normale salute mentale. Ma può non essere così.













Come altri su questo spazio Hanno già fatto notare , a partire dalla infausta, per i disegni americani, campagna georgiana dell’estate 2008, si è andato sgretolando un disegno ventennale di accerchiamento e disgregazione della Federazione Russa elaborato dal Council of Foreign Ralations col fondamentale contributo teorico di Zbigniew Brzezinski. Il piano che prevedeva prima l’accerchiamento e lo strangolamento della federazione euroasiatica con una cintura di stati ostili e successivamente il tentativo di spezzarne l’unità fomentandone i separatismi interni grazie al disastro economico indotto dagli oligarchi di rapina strettamente alleati alla grande finanza occidentale . La reazione russa guidata da Putin prima e dal tandem Putin-Mededev poi ha fatto si che la costruzione pazientemente realizzata di una cortina di nemici della Russia franasse progressivamente e oggi, complice anche la recessione economica, di quella cintura rimangono solo l’Estonia all’estremo nord e la moldova nel centro dell’Europa . Essendo rientrati nell’ovile di normali relazioni di amicizia e collaborazione con i russi anche i due pilastri europei della strategia di accerchiamento, Ucraina e Polonia mentre il Kazakistan, suo punto forte asiatico era già uscito da tempo dal grande gioco e la Turchia pur rimanendo fedele alleato nella NATO sviluppa una politica in cui la Russia non è più una presenza ostile ma un partner economico di rilievo. Questa situazione nuova fa si che, vendo meno l’anello interno, la strategia di accerchiamento debba ripiegare sull’anello esterno cioè sulla cintura mediorientale che però deve essere stabilizzata. Cosa che oggi non è per tre fattori fondamentali : la questione irrisolta della Palestina; Il caos provocato nella regione dalle guerre in Iraq ed Afghanistan; L’irriducibilità ai desiderata degli USA dell’Iran. Ora se la questione palestinese può non avere grande rilevanza strategica essendo Israele in grado di controllare il teatro e le instabilità irakena e afgana mantenute a livello interno dalla massiccia presenza di basi militari e truppe USA e NATO schierate sul terreno il problema iraniano appare come il più difficile da risolvere. Anzi il problema Iraniano appare sostanzialmente irrisolvibile a causa del vicolo cieco in cui la politica mediorientale americana si è infilata per essere consenziente sempre e comunque con il proprio alleato sionista. Come gli studiosi di Harvard Mearsheimer e Walt hanno fatto notare nel loro studio sulla azione della lobby israeliana negli USA, spesso le decisioni prese sulla spinta di questa influenza sono state deleterie per gli interessi americani. Ma a mio avviso l’accondiscendenza americana alle politiche di Israele va oltre l’influenza della lobby in questione, potentissima certo, ma nei confronti dei politicanti. Nel popolo statunitense invece influisce un comune sentire nei confronti dei sionisti. Cosa fanno in fondo questi ultimi di diverso dai “padri pellegrini” conquistano una “terra promessa” e ne cacciano gli usurpatori. Gli indiani in America i palestinesi in Palestina e se purtroppo ne resta qualcuno vivo lo si rinchiude nelle riserve o a Gaza. Un vecchio film di John Wayne .
Ma ritorniamo all’Iran. Le soluzioni ipotizzate al problema dell’esistenza di questa entità ostile che spezza in due la zona sotto lo stretto controllo delle forze occidentali si sono rivelate via via impraticabili e l’unica sperimentata, il tentativo di inserire una “rivoluzione colorata” sui contrasti interni al regime che hanno portato ai disordini di piazza successivi alle elezioni presidenziali del 2009 è miseramente fallita. L’opzione militare più volte ipotizzata con la scusa del programma nucleare degli hayatollah è stata sempre giudicata esageratamente a rischio da parte del pentagono in tutte le sue svariate possibilità. Una invasione terrestre cozzerebbe contro un paese montagnoso con linee di difesa in profondità testate nella guerra contro l’Iraq e successivamente ammodernate e rinforzate secondo concezioni che hanno poi dato buona prova di se nel 2006 nel Libano del sud. Inoltre richiederebbe milioni di uomini sul terreno, forze che oggi nell’immediato nemmeno l’Armata Popolare Cinese potrebbe schierare fuori area, figuriamoci un esercito Usa che trova difficoltà ad incrementare di 30.000 uomini il corpo di spedizione afgano. L’opzione di un attacco aereo e missilistico sui siti strategici iraniani vedrebbe come immediata reazione il blocco sine die dello stretto di Ormuz e quindi del 60% del greggio mondiale o anche la cancellazione con una salva missilistica del 30% delle capacità mondiali di raffinazione con la distruzione delle raffinerie saudite. L’opzione poi di un annichilimento nucleare del Iran avrebbe conseguenze tragiche per l’intera umanità perche, stante la nuova dottrina elaborata dallo stato maggiore russo, potrebbe comportare una risposta a livello nucleare strategico, una rapida, breve e conclusiva terza guerra mondiale. Gli ambienti militari USA pertanto escludono in questo momento qualsivoglia intervento bellico sull’Iran. Pertanto l’amministrazione americana, che pure avrebbe l’opzione di un riavvicinamento politico, di una distensione con il regime di Tehran, opzione più volte offerta e sempre rifiutata, a causa della lobby di cui sopra, ripone ora le sue speranze di neutralizzazione del nemico persiano nell’ottenimento di da parte dell’ONU di pesanti sanzioni contro l’Iran. Speranza questa vana poiché le sanzioni iugulatorie, del tipo di quelle che sterminarono gli irakeni tra le due guerre, che sole soddisferebbero i cattivi consiglieri con sede a Tel Aviv , non supereranno mai il veto russo e cinese al consiglio di sicurezza, se pure raggiungessero la maggioranza necessaria per essere adottate, stante la loro totale ingistificatezza dal punto di vista del diritto internazionale. L’Iran infatti non ha aggredito nessuno e il suo programma nucleare, ad oggi, è perfettamente conforme alle clausole del trattato di non proliferazione che ha sottoscritto.
Su questo scenario di stallo strategico pesa l’incognita del possibile intervento diretto israeliano. Ad oggi, un attacco preventivo, senza approvazione americana, delle forze armate sioniste sull’Iran sarebbe suicida. Israele con la sua politica si è precluso l’utilizzo dei corridoi aerei turchi. Il ripiego di utilizzare come base d’appoggio gli aeroporti georgiani è stato abbandonato per cercare di non distruggere definitivamente i rapporti con la Russia fortemente incrinati dalla presenza di istruttori di Tel Aviv a fianco delle truppe georgiane nella guerra d’agosto del 2008. Il sorvolo di Giordania ed Iraq darebbe un preavviso formidabile alle forze armate di Tehran. Al vertice delle forze armate irakene, non dimentichiamolo, ci sono degli sciiti. Inoltre la chiusura conseguente ed inevitabile delle rotte petrolifere creerebbe una catastrofe economica in un periodo già afflitto da recessione mondiale ma più accentuatamente angloamericana che neppure il fedelissimo alleato d’oltreoceano potrebbe tollerare. Un attacco convenzionale poi potrebbe non risolvere i problemi e un attacco atomico non provocato potrebbe facilitare la decisione russa di rispondere. Stessi problemi sarebbero sollevati da un attacco con missili i balistici Jerico 2 o con i cruise a cambiamento d’ambiente imbarcati sui sommergibili Dolphin dislocati ora nel Mar Rosso.
Queste considerazioni che sicuramente anche i militari israeliani hanno ben presenti dovrebbero rassicurarci su una proseguimento della situazione di stallo e quindi di quanto rimane della pace. Ma un elemento imponderabile che va inserito nell’analisi è la misura della paranoia degli attuali dirigenti israeliani. Ovvero quanto influirà nelle decisioni di un Netanyau o di un Liberman l’odio profondo che nutrono per l’Iran visto come una minaccia mortale e più praticamente colpevole di sostenere in Hezbollah l’unico nemico arabo che abbia negato la vittoria allo Tsahal. Non ostante il pur “ferocissimo” presidente Mahmud Ahmadinejad nelle sue “minacce” si sia limitato ad auspicare una sparizione di Israele dalle carte geografiche così come da queste si è cancellata la non compianta Unione Sovietica. Per un dono di Dio o della storia o del destino, se si vuole e non certo per una fattiva iniziativa dell’Iran. Nel governo israeliano si paventa la minaccia irreale di un attacco missilistico iraniano. Ipotesi folle dato che a Teheran sanno benissimo che ad un loro singolo missile mal combinato Israele potrebbe rispondere con le sue 200 e passa testate nucleari.
L’attacco all’Iran è quindi costantemente nell’agenda del governo di Tel Aviv. Il problema che assilla i dirigenti israeliani e il come giustificarlo di fronte al mondo, nella speranza di evitare la meritata ritorsione o di conservare l’ombrello protettivo americano nel caso questa fosse minacciata.
L’occasione potrebbe essere offerta dal trattato di alleanza che lega la Siria all’Iran. Trattato che prevede la mutua assistenza militare in caso di aggressione ad uno dei firmatari. Già nel 2006 la guerra in Libano venne condotta nella speranza di coinvolgere la Siria e quindi l’Iran ma la resistenza degli sciiti libanesi scongiurò questa eventualità. Ora da alcuni mesi, e abbiamo già avuto modo di parlarne su queste pagine, corrono voci di una operazione militare contro il Libano. Operazione che coinvolgerebbe direttamente la Siria rea di fornire missili a lunga gittata agli Hezbollah. Di fronte ad una debacle siriana Teheran potrebbe intervenire dando cosi una giustificazione ad una rappresaglia israeliana. Questi sono gli scenari possibili. Il tempo ci darà conferma o meno della razionalità di chi governa il mondo

Massimo Granata











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