martedì 27 aprile 2010
Storia
Beirut, aprile 1975, inizia la battaglia dei “grandi alberghi”
35 anni fa esplodeva, non inattesa, la guerra in Libano. I primi duri scontri tra gli edifici che ospitano i più prestigiosi alberghi della capitale libanese
























Il Libano è un piccolo paese del Mediterraneo. Su diecimila chilometri quadrati di territorio vivono quasi quattro milioni di abitanti, suddivisi in diciassette confessioni religiose diverse che, caso praticamente unico nella regione, sono riuscite a convivere quasi pacificamente per secoli. Il Libano, conosciuto anche come “paese dei cedri” per i famosi alberi che punteggiano in radi boschetti i pendii delle sue montagne, ha un’altra caratteristica che lo rende un “unicum” nel mondo arabo o arabizzato: una comunità cattolica non solo libera, ma protagonista della vita pubblica e politica. Si tratta dei “Maroniti” i discepoli di un santo monaco eremita vissuto del IV secolo il cui nome era per l’appunto Maroun. I Maroniti sono sempre stati i garanti delle libertà di cui hanno goduto le popolazioni libanesi e questo ruolo è sempre stato loro riconosciuto anche dalle altre grandi confessioni religiose del paese, i Musulmani (sunniti e sciiti) ed i Drusi.
Questa fu la ragione per cui, a partire dalla data dell’indipendenza nel 1943, proprio a Maroniti venne riconosciuto, con il Patto Nazionale posto a fondamento del nuovo stato libanese, il diritto a ricoprire la più alta carica dello Stato: la Presidenza della Repubblica.
Gli anni che seguirono l’indipendenza furono oggettivamente felici per il paese dei cedri. Favorito dalla posizione geografica, dal paesaggio incantevole, dal clima straordinariamente mite e dal suo ruolo di “ponte” economico e culturale tra Europa e mondo arabo il Libano vide la sua economia fiorire ad una rapidità incredibile a partire dagli anni ‘50. Non era il petrolio il motore della sua prosperità, ma le capacità e lo spirito di iniziativa dei suoi abitanti. Banche, centri commerciali, imprese di trasporto e intermediazione finanziaria, grandi e lussuosi alberghi, società di servizi in breve costellarono Beirut e le principali città libanesi al punto che il paese si meritò l’appellativo di Svizzera del Medio Oriente. Come la Svizzera infatti era riuscito ad attirare i capitali di mezzo mondo (e più della Svizzera era anche divenuto una sorta di refugium peccatorum per bancarottieri e finanzieri in disgrazia).
Alla fine degli anni ‘60 si può dire che, caso quasi unico nel mondo arabo, in Libano non esistevano poveri ed il livello sanitario e scolastico era sugli standard di quello dei più avanzati paesi europei.
Su questo quadro idilliaco però pesava una duplice, grave minaccia. I paesi confinati all’esterno e la presenza palestinese all’interno.
Al di fuori dei confini due stati, Siria e Israele, non nascondevano ambizioni e progetti sul piccolo, ma ricco paese dei cedri. La Siria -che addirittura solo recentemente ha instaurato con il Libano normali relazioni diplomatiche- ambiva, più o meno dichiaratamente, a farne un protettorato. Israele invece aveva (e probabilmente ha ancora) il progetto di vedere il paese confinante diviso in piccoli cantoni su base confessionale, utilizzare uno di questi cantoni per insediare definitivamente i Palestinesi cacciati dalle loro case in Palestina, nonché -ormai che ci siamo- impadronirsi delle sorgenti d’acqua del fiume Litani.
La minaccia interna era invece rappresentata dalla presenza dei profughi palestinesi fuggiti dopo il 1948 ed il 1967 dai territori palestinesi occupati dagli israeliani. Il loro numero si era notevolmente accresciuto a partire dagli anni settanta dopo che, con gli accordi del Cairo del 22 novembre 1969, era stata legittimata la loro presenza in Libano, ma soprattutto a seguito del sanguinoso “settembre nero” giordano, quando le truppe beduine del re di Giordania avevano cacciato con la forza dal paese decine di migliaia di Palestinesi accusati di complottare contro le legittime autorità giordane, Palestinesi che avevano finito anch‘essi per trovare rifugio nel paese dei cedri.
I Palestinesi in Libano avevano sempre trovato un’accoglienza cordiale. Le comunità musulmane li vedevano come vittime della “congiura” anti-islamica condotta dall’Occidente e da Israele. I Maroniti li aiutarono per carità cristiana. I principali campi -in realtà vere e proprie cittadelle talvolta fortificate- dove i Palestinesi andarono a vivere furono messi a disposizione dalla Chiesa Maronita. I problemi però nacquero dal fatto che i Palestinesi avevano una loro organizzazione politica e militare (l’OLP) e non accettarono di sottostare alle leggi dello stato libanese. Anzi, a partire dai primi anni settanta iniziarono a lanciare operazioni contro il vicino stato ebraico. Seguirono rappresaglie feroci che finirono per colpire la stessa popolazione libanese. Iniziarono così i primi casi di ostilità tra Palestinesi e Libanesi. In particolare i Maroniti incominciarono a temere che una così massiccia presenza armata all’interno del paese avrebbe finito con il sovvertire i delicati equilibri interni basato sul Patto Nazionale del 1943. I Palestinesi reagirono mostrando i muscoli. Lungo le strade libanesi spuntarono posti di blocco gestiti dagli ormai scomodi “ospiti”. Vi furono addirittura degli arresti, in particolare di cristiani, e diversi scontri, qualcuno anche a fuoco. L’esercito libanese, debole e paralizzato dalle divisioni interne per confessioni religiose, non fece nulla per riportare la situazione nella legalità. Come sempre accade quando l’autorità legittima si defila ecco sorgere nel paese altre autorità che la surrogano. Fu così che si formarono in campo cristiano delle piccole milizie, più che altro, almeno all’inizio, per fornire protezione ai più importanti tra i “capi-famiglia” i Gemayel, i Frangie, gli Chamoun. Le armi incominciarono così sporadicamente a farsi sentire e la situazione precipitò drammaticamente. A marzo del 1975 venne assassinato un deputato del Kateb il partito dei Maroniti e della famiglia Gemayel e per le strade di Beirut la tensione era divenuta insopportabile. Al di là dei confini, Siria ed Israele guardavano alla situazione libanese con la segreta speranza che, con il suo precipitare, si potessero così realizzare vecchie ambizioni.
Il 13 aprile 1975, nel quartiere cristiano di Beirut El Ain Remmaneh viene consacrata una nuova chiesa ed una piccola folla di fedeli si è radunata per l’occasione. Tra di loro Pierre Gemayel uno dei patriarchi del Libano e il fondatore del partito Kataeb. Improvvisamente arriva un’automobile. A bordo vi sono quattro palestinesi armati che, giunti a pochi passi dalla folla aprono il fuoco probabilmente cercando di colpire Pierre Gemayel. L’obbiettivo è mancato, ma dopo la sparatoria restano al suolo i corpi senza vita di due sue guardie del corpo e di due civili. Almeno altre dieci persone, gravemente ferite, vengono portate in ospedale. Passano poche ore. Un pullman carico di Palestinesi cerca di forzare un blocco organizzato in fretta furia da una milizia cristiana. Nuova sparatoria e questa volta a cadere crivellati di proiettili sono i ventisette passeggeri del pullman. I miliziani cristiani diranno che i Palestinesi si stavano preparando ad attaccare il quartiere, la circostanza è probabile perché a bordo del pullman vennero trovate anche numerose armi. La notizia della duplice strage si diffonde in un attimo e trasforma Beirut in un inferno. Nella notte violente sparatorie si accendono in numerosi quartieri lungo la linea che separa i quartieri cristiani da quelli musulmani e che diventerà tristemente famosa con il nome di linea verde.
Nei giorni successivi seimila palestinesi ben armati e perfettamente addestrati prendono d’assalto i quartieri cristiani cercando di occupare un’area dove sorgono alcuni tra i più grandi e famosi hotel di Beirut, il Sant George e l’Hilton ad esempio. A difendere questi alberghi ci sono poche decine di miliziani cristiani del Kataeb molto meno armati e sicuramente meno esperti degli scontri militari. Dalle altre regioni cristiane però altri giovani stanno accorrendo per impedire che i Palestinesi prendano il controllo dell’intera Beirut. La battaglia si sviluppa feroce e gli alberghi si trasformano in fortezze dove i cristiani combattono con una determinazione imprevista. Malgrado la maggioranza numerica (talvolta di venti a uno) i Palestinesi non riescono a passare. La previsione di Yasser Arafat “getteremo a mare i cristiani di Beirut in una settimana” si infrange sotto il preciso tiro dei cecchini kataeb arroccati dentro agli alberghi. A fronte delle perdite ingenti dopo alcune settimane i Palestinesi sospendono temporaneamente l’offensiva. Per il momento i quartieri cristiani di Beirut sono salvi. Ma siamo nel 1975 e la guerra è appena iniziata. Ben altri e più potenti protagonisti si preparano a parteciparvi.

Mario Villani



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