domenica 14 novembre 2021
Storia
Francesco II di Borbone
servo di Dio e dei suoi popoli

Il 16 dicembre dello scorso anno l’allora Arcivescovo di Napoli, Cardinale Crescenzio Sepe, accogliendo a nome di tutti i vescovi della Campania la richiesta dei postulatori, dava  ufficialmente inizio al  processo di canonizzazione di Francesco II di Borbone, proclamato Servo di Dio. Circa un anno dopo, il 17 settembre 2021, l’attuale Arcivescovo della stessa città, Mons. Domenico Battaglia,  ha avviato  le fasi preliminari del processo.

     Questi  atti dell’Autorità ecclesiastica non hanno mancato di suscitare stupore, in qualche caso sgomento, perché la figura di Francesco II, al di là  della sua appartenenza ad una dinastia che la storiografia maggioritaria, filo-risorgimentale, continua a rappresentare in termini  assai negativi, è sempre stata  associata ad un’immagine di debolezza, incapacità ed inettitudine  politica:  un piccolo re che anche nel nomignolo che gli è stato affibbiato, “Franceschiello” doveva evocare immagini di precarietà e di decadenza, una sorta di “Romolo Augustolo” al  tramonto di un’epoca.

    Anche per questo motivo resta ancora poco indagata e sconosciuta ai più la sua  figura  di sovrano e di uomo politico, come se si trattasse di una contraddizione in termini, un ossimoro da non prendere neanche in considerazione. I pochi autori che ne hanno tracciato un profilo biografico, quasi sempre hanno concentrato la loro attenzione sui 5 mesi di resistenza durante l’assedio di Gaeta, rispetto al quale, tuttavia, è la sua giovane  sposa, la regina Maria Sofia, ad emergere come  figura eroica, coraggiosa, guerriera, combattiva, quasi l’effettiva regista della resistenza contro il nemico, , mentre l’immagine di Francesco II rimane appannata,  quasi nell’ombra.

     Per la storiografia, l’ultimo Re delle Due Sicilie  rimane un giovane inesperto, capace soltanto, in meno di un anno, di perdere Regno e ricchezze, combattendo dalla parte sbagliata: perché è sempre sbagliato stare dalla parte di chi perde, quando la storia la scrivono i vincitori.  Gli si rimprovera di non avere voluto o saputo cercare facili alleanze,  che gli avrebbero consentito di salvare almeno se stesso e di conservare le fortune personali, ereditate dagli avi; o persino  di  non aver usato quelle ricchezze (che nessun altro Stato italiano poteva vantare di possedere in tale quantità) per corrompere quanti, nell’ora più difficile del Regno, preferirono abdicare alla propria dignità, barattando la patria napoletana con l’oro piemontese e massonico.  Per Francesco, però,  fu fondamentale  non  abdicare al ruolo che la Provvidenza gli aveva assegnato, assolvendo al compito di lottare contro le ingiustizie alla luce del sole, accettando la volontà divina e sopportando ogni sorta di avversità con grande dignità e coraggio: qualità evidentemente non sufficienti a riconoscere in lui le doti politiche che, invece, fonti  ancora poco indagate  ci  consegnano, facendo emergere  la statura di un grande  sovrano cristiano.

     Leggendo il suo diario, ma soprattutto le numerose  lettere di protesta indirizzate a diverse Corti europee in occasione dell’invasione garibaldina e sabauda del Regno delle Due Sicilie, viene fuori il ritratto di un sovrano molto lucido, consapevole dei suoi doveri di Re, concreto nell’organizzare l’indirizzo politico del Regno, combattivo e  determinato nel difendere i  diritti del Trono e dei suoi popoli, persino sul piano storico “a futura memoria”: “Vogliamo … che questa nostra protesta sia conservata come un monumento della nostra costante volontà di opporre sempre la ragione e il diritto alla violenza ed all’usurpazione”.

    Sono parole chiare e molto gravi, che evidenziano lo situazione di un’Europa al bivio tra due modelli: diritto e ragione  contro violenza ed usurpazione.

     Francesco non si lancia nell’invettiva contro nemici ed usurpatori; si chiede  invece con quali mezzi  e fino a che punto è lecito ai sovrani legittimi, forti dei diritti “fondati sulla storia, sui patti internazionali e sul diritto pubblico europeo”, difendersi e difendere  i popoli di cui sono custodi. Di quali armi può disporre un sovrano (e un popolo) cristiano?  Le  sue parole lasciano poco spazio al dubbio: giustizia e pace sono i cardini dell’azione politica di chi si professa cristiano; e qualora si fosse  costretti ad imbracciare le armi per difendersi militarmente dal nemico che occupa le case, devasta i territori, uccide e distrugge le famiglie, è legittimo e sacrosanto dovere dei Re opporre una difesa adeguata, ossia proporzionata ed attuata con mezzi giusti, nella consapevolezza  che  tutto è riposto nelle mani dell’Onnipotente.

     Colpisce il suo costante richiamarsi all’antico Trono  di Ruggero II  e Federico II  ed  al diritto di un Regno che - scrive -  “per tanti secoli e tra  tante straniere dominazioni ha sostenuto sempre la sua autonomia e conservate le frontiere tracciate dai suoi fondatori”.  Fin dalle origini normano-sveve, nonostante i numerosi mutamenti dinastici, quei confini non erano cambiati: l’antico Trono di Ruggero restava sempre il punto di inizio, che dava continuità e legittimazione al  Regno ed ai  suoi  successori.

     Ma un altro elemento, oltre a quello puramente successorio, concorreva a rendere legittimo il potere  del sovrano  borbonico ed era il deposito di princìpi  e di valori  riconosciuti da un’Europa che su quelli aveva costruito la sua identità: Europa delle genti, che stava ormai per scomparire, soppiantata da principi diametralmente opposti, di cui Francesco, profeticamente, intuiva la pericolosità della propagazione.

    L’antichità del Trono, ereditato legittimamente secondo i principi del diritto successorio ed i valori  sui quali si fondava l’identità dell’Europa delle genti, furono i poli entro i quali si svolse la sua esperienza di sovrano  cattolico: se non si tiene conto di questo, poco o nulla si riuscirà a comprendere della sua  figura di  statista e di sovrano cattolico.

     Nel sovrano atto di protesta del 6 settembre 1860  che Francesco II indirizzò alle Corti di mezza Europa, emerge con chiarezza e grande lucidità la distinzione tra l’Europa delle genti e l’Europa delle rivoluzioni ed è forte il richiamo alla prima perché si svegli dal torpore ed impedisca che prevalga l’altra Europa, quella che avrebbe portato alla dissoluzione dei valori fondativi della sua identità, di cui il Regno delle Due Sicilie  si faceva baluardo: la Cristianità, evocata 150 anni dopo anche da Giovanni Paolo II che con forza avrebbe evidenziato la necessità di richiamare nella Carta costituzionale della nascente  Unione Europea le radici cristiane.

     Per Francesco II, quell’Europa che “dopo avere proclamato il principio di non intervenzione  assiste indifferente lasciandoci soli a lottare contro il nemico di tutti“ era già un’Europa che aveva smarrito se stessa poiché la rivoluzione contro i suoi Stati non era che l’inizio della fine dell’Europa delle genti, fondata sul diritto naturale cristiano e rispettosa dell’uomo e dell’ordine della Creazione, voluto da Dio.

    L’invasione garibaldina e piemontese attuata contro ogni regola, non solo e non tanto minacciava l’antico Regnum Siciliae, ma “calpestava altresì tutti i princìpi di dritto su cui posa la sicurezza delle nazioni”,  inaugurando un nuovo tristissimo corso della storia: “s’apre per l’Europa un’era nuova; distrutti i trattati si consacra un altro dritto pubblico e ‘l mondo con l’esempio nostro impara essere concesso agli avventurieri della rivoluzione il solcare alla libera con le loro navi questo mar mediterraneo, dove tutti hanno interessi politici e commerciali”.

    Sono parole profetiche, se si guarda agli avvenimenti successivi, registratisi in Europa negli ultimi 160 anni e tuttora in corso.

     Francesco II, a cui si rimprovera  troppo spesso di non avere difeso il Regno, in realtà agì da uomo e sovrano cristiano, rifiutandosi di  ricorrere alle armi della menzogna, del tradimento, delle subdole insinuazioni e manovre, e piuttosto appellandosi alla verità ed alla giustizia, al rispetto delle regole anche militari. Non accettò il compromesso, che pure gli venne offerto, di cedere il trono in cambio di non perdere le ricchezze: “Quando si perde un trono, importa ben poco perdere anche la fortuna … Sarò povero come tanti altri che sono migliori di me; ed ai miei occhi il decoro ha pregio assai maggiore della ricchezza”

     E povero lo fu davvero, accettando sempre i disegni della Provvidenza.

     La nascita lo aveva privato immediatamente della madre Maria Cristina; le sue nozze con Maria Sofia di Baviera furono turbate dall’improvvisa malattia, cui seguì la morte inattesa e prematura, del padre Ferdinando II; in poco più di un anno di  Regno  perse Trono ed averi personali e non vide mai crescere l’unica figlia avuta da quel matrimonio, che morì di pochi mesi; visse per la maggior parte della sua vita in esilio e morì a soli 57 anni. Eppure, niente di tutto ciò poté mai scalfire il suo animo di credente e di Re: un Re dolente, certo. Ma quanta dignità e quanto eroismo in quel dolore!

     Lasciando Napoli Francesco II non portò nulla con sé: il 12 settembre 1860, appena una settimana dopo la sua partenza per Gaeta da dove per 5 mesi avrebbe resistito agli assalti dei nemici - dunque mentre il Regno delle Due Sicilie era uno stato ancora esistente e  riconosciuto dalle potenze europee -  i suoi beni venivano dichiarati da Garibaldi “beni nazionali”; succeduto sul trono Vittorio Emanuele, a Francesco  gliene fu proposta la restituzione purché lasciasse Roma, dov’era ospite del Papa, volendo tenerlo il più lontano possibile dal Regno. Francesco rifiutò, non potendo barattare  la vita dei suoi “briganti” che continuavano a combattere per difendere il Regno dalle mani degli invasori, con  denaro ed altri i beni materiali.

    Non si rammaricò mai della sua povertà, se non per l’impossibilità di soccorrere in maniera adeguata i suoi sudditi: “comunque grande sia la mia catastrofe e meschine le mie risorse, io sono Re e come tale debbo l’ultima goccia del mio sangue e l’ultimo scudo che mi resta ai popoli miei”,  scrisse  l’11 gennaio 1862 all’Arcivescovo di Napoli  Riario Sforza consegnandogli la somma di 800 scudi   per venire in soccorso della popolazione di Torre del Greco colpita dal terremoto.

    Né cessò mai di raccomandare ai suoi sudditi di rimanere uniti nella concordia, coltivando la pace: “il passato non sia mai un pretesto di vendetta, ma un avvertimento  salutare per l’avvenire”.

    L’esilio vissuto negli ultimi anni ad Arco di Trento, senza più alcuna speranza di recuperare il Trono non cancellò mai la validità del patto tra il sovrano ed i  popoli che Dio gli aveva affidato: bastava essere napoletano per essere ricevuto da lui ed a tutti chiedeva notizie di Napoli. Furono in molti ad incontrarlo e nessuno sentì mai parole di biasimo verso i nuovi regnanti; né voleva che si parlasse del suo passato, che considerava un sogno svanito. Non era più il  Re delle Due Sicilie, perché le Due Sicilie non esistevano più, ma era ancora “padre e custode” dei suoi popoli. Aveva conservato il titolo di Duca di Castro, ma tutti ad Arco lo conoscevano come il signor Fabiani”. Solo dopo la sua morte gli abitanti della cittadina trentina scoprirono la vera identità di quel gentiluomo che tutte le mattine sedeva al bar a fare colazione ed a leggere i giornali, dopo avere ascoltato la Messa ed ogni sera, puntualmente, si recava per la recita  del Santo Rosario presso la Chiesa della Collegiata.



 



Mariolina Spadaro




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