giovedì 21 gennaio 2021
Storia
Non è più tempo di Eroi
Ma almeno ricordiamo quelli che abbiamo avuto…

Proprio perché oggi la viltà sembra essere la caratteristica più diffusa tra le persone, pronte ad accettare la fine della loro libertà per paura di un virus che ha l’1% di letalità, vale la pena di ricordare figure che in altri giorni hanno dimostrato un coraggio fuori dall’ordinario, figure che, ovviamente, oggi sono completamente dimenticate.



Siamo nel dicembre 1942 in terra di Russia. Il Corpo di Spedizione Italiano, denominato ARMIR è schierato, su un fronte di duecento chilometri lungo il fiume Don, a valle le Divisioni di fanteria (Ravenna, Pasubio, Cosseria, Celere,Sforzesca e Torino oltre alla Legione Camice Nere Val Tagliamento) a monte le tre Divisioni Alpine Cuneense, Julia e Tridentina con la Divisione Vicenza di riserva. Tra il 12 ed il 18 dicembre è scattata l’offensiva sovietica denominata Piccolo Saturno che ha provocato dapprima il crollo delle divisioni romene dislocate a valle dell’ARMIR e quindi, dopo alcuni giorni di duri combattimenti, anche la ritirata, presto trasformatasi in rotta delle Divisioni italiane di fanteria. E’ rimasto così scoperto il fianco sud dello schieramento alpino con il rischio che i Russi possano approfittare della breccia per aggirarlo ed attaccare alle spalle le Divisioni italiane ancora ferme sulle loro posizione.



Per evitare questo pericolo il Comando delle Truppe Alpine, che è situato a Rostov, invia in fretta furia prima il Battaglione autonomo Monte Cervino e poi l’intera divisione Julia a prendere posizione lungo il fiume Kalitwa, un affluente del Don, per presidiare il fianco scoperto e prevenire l’accerchiamento.



Su questo tratto del fronte i combattimenti divampano violentissimi a partire dal 19 dicembre e si concentrano in particolare su alcune piccole alture dalle quali, se riuscissero ad occuparle, i Russi potrebbero interrompere i rifornimenti ai reparti italiani schierati lungo la Kalitwa. Malgrado l’inferiorità numerica i Battaglioni L’Aquila, Tolmezzo, Cividale e Gemona (appoggiati da una compagnia di Panzerjager tedeschi) riescono a respingere gli assalti nemici che si susseguono senza soluzione di continuità. Le cime delle alture vengono perse e riprese più volte al giorno dagli Alpini, talvolta con assalti all’arma bianca e sempre con perdite rilevanti.



Il 22 dicembre il battaglione L’Aquila combatte in difesa di una di queste alture, descritta dalle carte come di quota 204,6, e proprio qui si svolge l’episodio che voglio raccontare e che ha per protagonista un giovane Alpino abruzzese, Giuseppe Mazzocca, un gigante conosciuto per la sua generosità non meno che per la sua forza erculea. La sua Compagnia , la 143°, ha appena completato un ripiegamento verso le pendici di quota 204,6 e si sta preparando a respingere un ulteriore massiccio assalto sovietico. Mazzocca, con un suo compagno di cui purtroppo non è noto il nome, si è più volte lanciato fuori dalla sua postazione per recuperare, sotto il fuoco nemico, le cassette di munizioni per mitragliatrice. Si tratta di materiale prezioso perché la mitragliatrice Breda cal. 8 è la migliore arma di cui dispongono le Penne Nere, indispensabile per infrangere le ondate d’assalto nemiche.



Completata la missione e rientrato nelle posizioni della sua Compagnia Mazzocca si accorge che il suo compagno è rimasto indietro, ferito. Senza un attimo di esitazione e malgrado il fuoco nemico sia diventato intensissimo si lancia fuori per portargli soccorso. Percorre un centinaio di metri nella neve mentre intorno a lui fischiano i proiettili nemici, raggiunge il compagno ferito, ma proprio mentre cerca di caricarselo sulle spalle una raffica di mitragliatrice gli stacca di netto un braccio. Il gelo (la temperatura è di meno 35 gradi) blocca istantaneamente l’emorragia di sangue e il giovane Alpino, che non si è assolutamente perso d’animo, afferra con il braccio superstite il compagno ferito e se lo butta sulle spalle, poi prende con i denti la maniglia di corda della cassetta di munizioni che trasportava il suo compagno al momento del ferimento e si avvia verso le linee italiane. !00 metri, 70, 40 la buca dove può trovare riparo è a pochi passi mentre altri Alpini escono dalle loro posizioni per venirlo ad aiutare. Proprio in quel momento però un proiettile di artiglieria nemico lo centra in pieno uccidendolo assieme al suo compagno. A Carlo Mazzocca viene concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare…



Leggendo di questi episodi mi appare chiaro quanto fosse sbagliata l’affermazione di Bertold Brecht “felici i popoli che non hanno bisogno di eroi”. In realtà sono felici i popoli che nei momenti tragici che nessun Bertold Brecht potrà mai scongiurare hanno la fortuna di veder spuntare tra i propri figli dei Carlo Mazzocca e non importa se per affrontare il fuoco nemico, un virus assassino, o un progetto totalitario…



Mario Villani



 




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