martedì 26 maggio 2020
Esteri
Il ritorno degli ottomani
Nuove ambizioni per il regime turco. Lo scenario libico. Le altre ex colonie italiane. Il ruolo dei Fratelli Musulmani.

Negli ultimi mesi l’attivismo turco sullo scacchiere mediorientale ed africano ha avuto una impennata degna della megalomania del presidente Recep Erdogan. In Siria, l’ormai aperto tentativo sottrarre la regione di Idlib e il kurdistan siriaco alla sovranità di Damasco o istituendovi un protettorato informale ovvero procedendo ad una sostanziale annessione, ha subito lo stallo imposto dalla presenza delle forze degli alleati russi, iraniani e libanesi di Assad.  L’attivismo geopolitico del regime turco si è allora spostato sul teatro africano, segnatamente in Libia ma anche nel corno d’Africa. In Libia, complice il Governo Nazionale del presidente Fayez al Serraj che ne ha richiesto l’intervento militare, la Turchia ha trasferito da Idlib circa 7000 guerriglieri delle brigate internazionali islamiche ivi concentrati dall’avanzata delle forze governative siriane e dei loro alleati. Mediante un convoglio navale e con l’appoggio del governo tunisino, l’intero contingente ceceno e uiguro più altri elementi sparsi tra cui gruppi di algerini che erano concentrati nella sacca di Idlib sono stati trasferiti a difesa di Tripoli che stava per cadere nelle mani dell’Esercito Nazionale Libico del Generale Haftar. A questi contingenti il regime turco ha fornito equipaggiamento pesante, supporto logistico, e un certo numero di consiglieri militari. Segnatamente sono comparsi sul teatro libico droni Bayaktar di fabbricazione turca che hanno supplito alla assenza di forze aeree nell’ esercito di Tripoli. Gli attacchi di questi droni hanno contribuito pesantemente allo sfondamento delle linee dell’esercito di Haftar a sud della capitale. Sfondamento che ha diviso in due il fronte lasciando un cospicuo nucleo di forze dell’Esercito Nazionale Libico isolato in una sacca ad ovest di Tripoli ed ha portato alla conquista dell’importante base aerea di Al Asabiyah dove sono stati catturati interi depositi di materiali dell’esercito di Haftar. Su questa base e anche stato catturato un sistema antiaereo russo Pantsyr s1, da poco improvvidamente fornito alle forze di Bengasi dagli Emirati Arabi Uniti(1), e sicuramente non operativo  dato che per questo occorre personale specializzato che richiede un lungo addestramento (2). L’accanimento con cui le forze di Al Serraj hanno operato per la conquista della base aerea presuppone per alcuni analisti che i Turchi si preparino a fornire all’esercito di Tripoli un gruppo di aerei Phantom F4 che le forze aeree turche stanno per ritirare dal servizio e che per forza di cose verrebbero pilotati o da contrators occidentali o da consiglieri turchi. Nei giorni successivi alla caduta di Al Asabiyah l’avanzata delle truppe di Tripoli ha minacciato anche le forze avversarie schierate nella periferia sud-orientale della capitale tanto che 1200 contrators russi della agenzia Wagner sono rapidamente ripiegati verso Bani Wahlid e probabilmente verranno rischierate a difesa della base aerea di al Jufra  dove le foto di un satellite commerciale americano testimoniano l’arrivo di forze aeree russe (3). Gli ultimi sviluppi sul terreno, segnatamente il disimpegno della Wagner dal fronte di Tripoli, impongono alcune considerazioni. In primis, la sconfitta ormai chiara del disegno di Haftar di impadronirsi della capitale e proclamarsi unico “Rais” del paese. Il fatto che le sue forze abbiano subito pesanti sconfitte e siano in parte rinchiuse in una sacca dalla quale faticheranno ad uscire lede fortemente il suo prestigio e in uno scenario come quello libico, dove le oltre 1000 milizie presenti agiscono pensando principalmente al loro tornaconto, potrebbero vedersi repentini cambi di casacca tenuto conto che alle spalle di Al Serraj agiscono i Fratelli Musulmani e dietro ad essi la potenza economica del Quatar. In secondo luogo, la ritirata dei contractor russi e l’arrivo in area bengasina delle forze aerospaziali russe potrebbe voler dire che gli alleati di Kalifa Haftar si sono rassegnati all’Ipotesi, che da tempo è sul piatto, di una tripartizione della Libia (4) che accontenterebbe un po tutti, L’Egitto che non dovrebbe più temere di avere un confine di migliaia di chilometri incontrollabili con uno stato nelle mani dei Fratelli Musulmani. I russi che avrebbero in prospettiva altri 2 porti sul mediterraneo e Francesi che potrebbero mettere le mani sul parte del 60% degli idrocarburi libici. A sud Tuareg e Toubou potrebbero continuare i loro traffici e in Tripolitania i Fratelli Musulmani, con appoggio militare della Turchia e i soldi del Qatar potrebbero riprovare ad impadronirsi dell’Algeria il cui esercito, infatti con questa prospettiva, sta fremendo per intervenire nel “manicomio” libico.  Resta comunque da vedere se l’arroganza di Erdogan nel mettere i bastoni tra le ruote degli interessi di Mosca non provochi una risposta adeguata da parte del Cremlino.

Abbiamo accennato all’inizio ad un attivismo turco nel corno d’Africa. Per completare il panorama dell’azione geopolitica neo ottomana va segnalato che, come le recenti vicende della cooperante italiana Silvia Romano hanno acclarato, i servizi segreti turchi agiscono tranquillamente in Somalia avendo entrature  sia governative sia tra le varie milizie islamiste avendo in questo la copertura del Qatar e degli onnipresenti Fratelli Musulmani.  Quello che non è emerso è che la Turchia costruito alle porte di Mogadiscio una grande base militare dove teoricamente addestra le forze armate somale, comunque al di fuori di qualsiasi mandato internazionale. In Eritrea la penetrazione è sostanzialmente culturale, per ora, qui come in Somalia il regime di Ankara ha fagocitato la rete di istituzioni culturali, commerciali e assistenziali, create a suo tempo dall’allora alleato e oggi arci nemico Fethullah Gulen, e se ne serve per la penetrazione della propria influenza e l’Eritrea ha una duplice importanza  nel progetto neo ottomano perché è eritreo l’arcipelago delle isole Dahlak che, dal punto di vista strategico controllano da nord lo stretto di Bab el Mandeb, e dal punto di vista culturale ed emozionale sono la porta da cui l’Islam è penetrato nell’ Africa subsahariana nell’8° secolo dopo Cristo.

Un‘ultima considerazione alquanto amara, gli stati che stanno entrando nell’orbita turca sono tutti ex colonie italiane, il vuoto in cui 30 anni di governi insipienti ed “ignoranti” dell’arte della politica, rivolti solo al proprio tornaconto partitico o personale e incapaci di sporgere il naso fuori dalle penombre dei palazzi romani, è stato riempito del peggiore degli attori internazionali possibili.

Scipione Emiliano  



Il comportamento degli EAU è quello del piede in due scarpe ora sostengono Tripoli ora Bengasi, questa improvvida fornitura di materiale russo sofisticato a chi non era in grado di servirsene ne è la prova

Si tenga conto che non ostante i Pantsyr s1 sino da a anni in servizio presso l’esercito siriano gran parte di questi mezzi e servito da personale russo

Si tratterebe di 6Mig 29, 2 Sukoi 24 e 2sukoi 35 trasferiti dalla Siria

In fondo la Libia è una creatura della politica coloniale italiana che ha riunito i vilayet ottomani di Tripolitania e Cirenaica e con gli accordi Mussolini/Laval ha definito i confini a sud prima annegati nell’indistinto deserto sahariano




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