martedì 14 gennaio 2020
Esteri
Sceneggiata o avvertimento?
Come interpretare il lancio di missili iraniani sulla base statunitense?

La tensione in Medio Oriente sembra ora leggermente diminuita dopo i giorni di fuoco dell’assassinio del Generale iraniano Soleyman, i suoi funerali e la successiva rappresaglia iraniana contro la base statunitense in Iraq di Ain Al Asad. E’ quindi il momento per una qualche riflessione in particolare sull’attacco missilistico ordinato da Teheran.



Il momento scelto per avviare l’azione è stato altamente simbolico: l’una di notte, vale a dire la stessa ora in cui gli Americani hanno assassinato il Generale Soleyman e pochi minuti prima che la sua salma venisse definitivamente sepolta nel suo villaggio natale di Kermen come a voler far partecipare anche l’Ufficiale defunto all’azione militare.



Sembra certo che contro la base militare siano stati lanciati dieci missili, nove dei quali sono caduti all’interno della struttura statunitense (una vera e propria cittadina) ed uno o è stato abbattuto o è andato fuori bersaglio. Dei dieci missili arrivati sull’obbiettivo ben sette hanno colpito con millimetrica precisione edifici non adibiti a ricovero di personale, distruggendoli. Peraltro tutti i militari americani ed il personale civile erano già da oltre due ore al riparo dentro ai bunker perché avvisati (probabilmente dagli stessi iraniani) dell’imminente rappresaglia. Fortunatamente così non vi è stata nessuna vittima.



L’episodio permette di formulare alcune considerazioni:



1) l’Iran ha salvato la faccia davanti agli altri Stati della regione e, soprattutto, davanti alla sua popolazione che reclamava a gran voce una rappresaglia per il barbaro assassinio di quello che è considerato un eroe nazionale. E’ la prima volta da anni infatti che una Nazione si permette di rispondere ad un atto di prepotenza degli USA colpendone una struttura militare e rivendicando l’azione.



2) Teheran non vuole una escalation bellica perché è ben cosciente della propria inferiorità militare. L’esercito iraniano è di tutto rispetto, ma non può certo rivaleggiare con la macchina bellica americana che rimane, al momento, la più potente del mondo. Gli Usa avrebbero probabilmente grosse difficoltà ad organizzare un’invasione dell’Iran, ma potrebbero senza difficoltà distruggerne l’apparato industriale con una campagna di bombardamenti simile a quella condotta contro la Serbia. Un’evenienza che neppure il più scalmanato dei nazionalisti iraniani si augura. Proprio perché non vuole questa escalation Teheran ha agito in modo che nell’azione non vi fossero vittime.



3) Nove dei dieci missili lanciati sono arrivati sul bersaglio ed in particolare sette hanno colpito con precisione l’edificio verso il quale erano diretti. Questo significa due cose: in primo luogo che gli iraniani conoscevano perfettamente la struttura della base ed in secondo luogo (e forse è questo il vero messaggio che Teheran ha voluto lanciare) che le Forze Armate iraniane dispongono di un apparato missilistico di tutto rispetto e che quindi se messe alle strette potrebbero fare parecchio male. Le navi americane che incrociano nel Golfo Persico e i pozzi petroliferi dei Sauditi non sono certo bersagli più difficile da raggiungere di un edificio in Iraq.



E’ finita qui? Per il momento è probabile, ma a lungo termine temo di no. Da una parte vi è una precisa ed ormai neppure più nascosta volontà di una parte dell’Amministrazione americana di arrivare allo scontro con Teheran considerato ormai, a torto o a ragione, l’unico nemico pericoloso per Israele rimasto in Medio Oriente. Dall’altra parte vi è una bandiera rossa (nulla a che vedere con il simbolo comunista) che sventola sulla principale moschea di Qom, segno di una volontà di vendetta che sicuramente non è stata soddisfatta da qualche edificio distrutto a Ain El Asad. Il peggio forse è solo rimandato…



Mario Villani




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