Il caso Corona-Signorini. Uno scandalo sconvolgente?
No! Solo una nauseante rappresentazione plastica di come funziona lo show-business televisivo.
Il 21 dicembre scorso la polizia ha fatto irruzione a casa del noto "re dei paparazzi" Fabrizio Corona. Si parla di materiale sequestrato, di denuncia per revenge-porn, di un terremoto che sta scuotendo i vertici di Mediaset. Al centro della tempesta c'è Alfonso Signorini e un'accusa che, se confermata, sarebbe devastante. Prestazioni sessuali in cambio di un posto al Grande Fratello, il corpo come moneta di scambio per entrare nella casa più spiata d'Italia. Ora, sia ben chiaro, non stiamo parlando di questa squallida vicenda in veste di colpevolisti o innocentisti, non spetta a noi emettere sentenze. Ci penseranno i giudici.
Il punto cruciale non è se questo specifico fatto sia accaduto o meno. Il punto è che questa storia, vera o presunta che sia, è la rappresentazione eloquente di un problema molto più vasto. In molti guardano il dito che indica lo scandalo. In pochi guardano la "luna" verso cui punta, cioè oltre il chiacchiericcio, il gossip. In quanti abbiamo mai avuto la sensazione, mentre facciamo zapping o scorriamo un feed che quello che stiamo guardando non sia lì per intrattenerci ma per, in certo senso, addestrarci? Viviamo nell'illusione della libertà, crediamo di poter scegliere tra centinaia di canali e reality show, ma la verità è che, dai quiz ai programmi strappalacrime fino alle chat segrete dei direttori di rete, esiste un unico gigantesco script ripetuto all'infinito. Non c'è nessun complotto da film, è ingegneria sociale; è un meccanismo studiato per convincerci di una sola cosa: per avere successo è necessario prostrarsi al potente di turno e, in caso di fallimento, è colpa nostra. Dunque per chi, come noi non intende fermarsi al "dito" ma guardare oltre e, possibilmente capire, è necessario smettere di, per così dire, guardare dal buco della serratura e iniziare a guardare dentro la "macchina". Cosi facendo è possibile farsi un'idea di come le élite usano la TV e i media in genere, non banalmente per venderci qualche prodotto di consumo, ma per plasmare la nostra mente e renderci cittadini, o sudditi, obbedienti. A tal fine è opportuno scomodare illustri studiosi del passato recente. Il pensatore Marshall McLuhan, negli anni 60 disse una frase che lo rese famoso: "il mezzo è il messaggio". Cosa significa? Significa che non importa cosa dice la TV, ma importa come lo dice. La televisione è per natura un mezzo verticale; uno parla, milioni ascoltano in silenzio, è la struttura perfetta del dominio. A quel punto non ha importanza se ci si piazza di fronte a Alberto Angela o all'isola dei famosi, si viene manovrati a prescindere.
Il sociologo Pierre Bourdieu individuò un altro problema della TV: il cosiddetto "fast thinking”, il pensiero veloce. In televisione non c'è tempo. Questo è evidente soprattutto nei talk show; se qualcuno prova a fare un ragionamento complesso di qualche manciata di minuti viene puntualmente interrotto con le solite frasi: siamo corti, devi chiudere, c'è la pubblicità. Il sistema premia lo slogan, la battuta, l'emozione momentanea. Il pensiero critico invece richiede tempo, eliminando il tempo si elimina il pensiero. Lo scopo è abituarci a reagire di pancia come animali stimolati da una scossa elettrica. Come ebbe a dire a suo tempo il sociologo Jean Baudrillard la TV ha creato un simulacro: quella che vediamo sullo schermo non è la realtà, è una iperrealtà costruita a tavolino per tenerci buoni. Infatti riflettiamo: ci bombardano con notizie di cronaca nera o terrorismo h24, non per informarci, ma per tenerci in uno stato di ansia perenne. Perché un cittadino spaventato è un individuo che non chiede libertà, chiede protezione e a questo punto è pronto ad accettare qualsiasi coercizione, anche la più idiota, che puntualmente percepirà come sicurezza. La TV non riflette il mondo, lo sostituisce con una versione finta, dove i problemi reali, economici, politici, strutturali spariscono e rimangono le emozioni pilotate dalle élite che controllano i media.
Prendiamo ad esempio i reality show. Se pensiamo che il Grande Fratello sia solo TV spazzatura per spegnere il cervello sbagliamo, è un corso di formazione per sudditi. Sociologi come Nick Cloudry hanno analizzato a fondo questo format. Ci sono 20 persone rinchiuse che vivono sotto l'occhio costante di telecamere, non hanno privacy e soprattutto devono obbedire ad una voce incorporea, il Grande Fratello o gli autori del format. Un potere invisibile, inavvicinabile, che detta le regole, decide le punizioni e le ricompense in modo arbitrario, e i concorrenti cosa fanno? Si oppongono? No! Cercano di compiacere il potere, cercano di essere salvati dal televoto. Quale è il messaggio subliminale che entra nell'inconscio del fruitore del reality? Che essere sorvegliati è normale, che rinunciare alla privacy per un po’ di visibilità è un buon affare e, soprattutto, che il potere è un'entità astratta che non puoi contestare, ma puoi solo sperare che ti dia la grazia. È l'addestramento perfetto per il cittadino moderno: trasparente, controllabile, e sottomesso a burocrazie invisibili che decidono della sua vita senza che egli possa guardarle in faccia. Cambiamo esempio, andiamo sui programmi di makeover o di cucina: cucine da incubo, case da incubo, ma come vesti, eccetera. Guardiamo la dinamica di questi show. C'è sempre un concorrente sull'orlo della disperazione, incapace, che ha un problema nella vita. Si veste male, ha difficoltà economiche o il suo ristorante non ha clienti. Poi arriva lui, l'esperto, il guru, lo chef stellato che urla, lo insulta, lo disfa per poi ricostruirlo. Il messaggio che deve passare non è subito evidente, ma è devastante: tu da solo non vali niente. La tua intuizione è sbagliata, per uscire dal pantano hai bisogno dell'esperto che ti dica cosa fare. Questi programmi, come notano gli studiosi su menzionati, servono a trasformare i problemi sistemici in colpe individuali. Vogliono convincerci che per farcela non serve cambiare il sistema marcio che le élite hanno costruito tramite tassazioni e regole assurde. Serve solo lavorare su sé stessi, obbedire alle istruzioni e sperare che un coach ci dia la ricetta magica.
Non vogliono cittadini autonomi e imprenditori liberi, vogliono esecutori di istruzioni calate dall'alto. Ma, probabilmente, il peggio la TV lo raggiunge nel modo in cui rappresenta la gente comune, i poveri che faticano ad arrivare a fine mese. Pensiamo a programmi come C'è posta per te o a certi talk show pomeridiani, chi sono i protagonisti? Spesso persone di bassa estrazione sociale con storie familiari disastrate che urlano, piangono, sbagliano i congiuntivi e si tradiscono. La sociologa Beverley Skeggs lo chiama Class Porn, pornografia di classe. La TV delle élite prende il popolo e lo trasforma in un fenomeno da baraccone. Mostrano le persone come irrazionali, volgari, emotive, incapaci di controllarsi. Perché lo fanno? Per impedire l'empatia. Lo spettatore medio o quello un po’ più benestante guarda e pensa: "Mamma mia che animali! Io non sono come loro". Mostrando i poveri come casi umani e non come vittime di un sistema sociopolitico problematico, le élite si lavano la coscienza. Se il povero è un ignorante che sa solo urlare in dialetto davanti a Maria De Filippi, allora non merita riforme, non merita rispetto, merita solo di essere guardato come si guarda una scimmia allo zoo. È una strategia precisa per dividere la società, metterci gli uni contro gli altri, farci giudicare il vicino di casa invece di guardare in alto verso chi sta nella "stanza dei bottoni".
Quindi, riassumiamo il palinsesto del nostro addestramento. Uno, pensiero veloce, non dobbiamo avere tempo per riflettere. Due, i reality devono abituarci ad essere sorvegliati e giudicati da un potere invisibile. Tre, i talent show devono convincerci che, per emergere, abbiamo bisogno di farci insultare da un esperto a cui obbedire in silenzio. Quattro, la TV del dolore, in cui ci insegnano a disprezzare chi sta peggio di noi. Ribadiamo: non c'è nessun complotto, è un modello di business e di controllo. La TV, privata o pubblica che sia, mostra come un'oligarchia culturale e mediatica manipola la nostra percezione della realtà per mantenere lo status quo. Vogliono consumatori ansiosi e cittadini passivi. La vera ribellione oggi non è scendere in piazza a urlare slogan magari visti in TV. La vera ribellione è spegnere il flusso, prendersi il tempo del pensiero lento, rifiutare l'idea che serva un guru per dirci chi siamo.
Urbano De Siato