Novi Ligure è una simpatica cittadina della provincia di Alessandria a pochi chilometri, come fa comprendere il nome, dal confine con la Liguria. Cittadina tranquilla e quasi noiosa, come la stragrande maggioranza delle cittadine piemontesi. Tranquilla almeno fino al 21 febbraio 2001, perché in quella data proprio a Novi Ligure si è consumato uno dei più atroci fatti di cronaca degli anni recenti. Due vittime, più che uccise, massacrate: una donna di quarantuno anni, Susy Cassini, ed il suo figlioletto Gianluca, di soli undici anni. Le indagini, condotte da Carabinieri sconvolti per l’orrendo spettacolo a cui si erano trovati di fronte portavano in breve all’arresto dei colpevoli. Ad orrore si aggiungeva orrore perché ad uccidere Susy e Giancarlo si scoprì essere stata l’altra figlia della donna, Erika De Nardo, aiutata dal fidanzato Omar Favaro. Particolarmente efferate le modalità dell’omicidio. La giovane donna, colta di sorpresa, era stata colpita con decine di coltellate ed era morta dissanguata. I due si erano poi avventati sul bambino, cercando di fargli ingurgitare a forza del veleno per i topi. Fallito questo tentativo, avevano cercato inutilmente di affogarlo nella vasca da bagno. Infine lo avevano aggredito con i coltelli. Il piccolo Giancarlo, in un disperato tentativo di difesa, era riuscito a strappare dalle mani della sorella Erika l’arma, ma poi era stato tratto in inganno dalla sorella che aveva finto un improvviso ravvedimento e in questo modo era riuscita a rientrare in possesso del coltello ed a finire il povero bambino. Sono particolari raccapriccianti, riferiti dalla stessa sentenza di condanna, che evoco non certo per un macabro gusto dell’horror, ma per far comprendere di che razza di mostri stiamo parlando. Il progetto prevedeva anche l’uccisione del padre di Erika, che si salvò solo perché Omar era stanco ed era rimasto ferito ad una mano nella mattanza precedente. “Se vuoi, tuo padre, ucciditelo tu” aveva detto alla fidanzata. Le indagini non chiarirono completamente le motivazioni che avevano spinto i due assassini ad agire, forse proprio perché motivazioni vere e proprie non ce n’erano. Si parlò di dissapori tra la ragazza e la madre, qualcuno evocò anche influenze sataniche. Nulla di preciso. Di fatto il delitto è rimasto senza un vero e proprio movente o meglio, come dice il codice è stato commesso per motivi “abbietti o futili”.
Il processo venne celebrato a Torino davanti al Tribunale per i Minorenni perché all’epoca dei fatti la ragazza aveva sedici anni ed il Favaro diciassette. Le difese chiesero il rito abbreviato e quindi il processo si tenne, come prevede il Codice di Procedura Penale, davanti al GUP, il Giudice dell’Udienza Preliminare. Il rito abbreviato è un istituto presente nostro sistema penale che prevede lo sconto di un terzo della pena a fronte della rinuncia dell’imputato al dibattimento. In pratica sono utilizzabili gli atti dell’istruttoria e quindi il processo è molto più celere perché non vi è, di norma, la necessità di riascoltare tutti i testi.
Il 14 dicembre 2001 venne emessa la sentenza: quattordici anni di carcere per Omar Favaro e sedici anni per Erika De Nardo. Ai due imputati era stato concesso, oltre allo sconto di pena previsto per il rito, anche quello per la minore età. Erano state loro riconosciute -con una contorta e contesta motivazione- anche le attenuanti generiche e questo aveva indotto il Giudice ad un ulteriore sconto della pena. In pratica si era passati da un possibile (e strameritato!) ergastolo ad un gruzzolo di anni di galera. Gruzzolo di anni che è stato ulteriormente decurtato dai benefici previsti dalla cosiddetta legge Gozzini. Si tratta di sconti di pena che il legislatore prevede a pioggia per qualunque condannato che non strangoli il compagno di cella o non tenti quotidianamente di picchiare i secondini. Così, di sconto in sconto, l’altro ieri Omar Favaro è uscito di galera, dopo soli nove anni di detenzione (quattro e mezzo per ciascuna delle due vittime). Erika De Nardo lo seguirà fra pochi mesi. Entrambi hanno scontato la pena, il loro debito con la società è stato saldato. Uscendo dal carcere il Favaro ha dichiarato che vuole essere lasciato tranquillo per potersi rifare una vita. Ha solo ventisei anni e quindi ha tutto il tempo per farlo. Quel tempo non l’ha avuto invece il piccolo Giancarlo, straziato dalle coltellate con la bocca piena di topicida, né l’ha avuto la madre Susy il cui sangue, a detta dei primi inorriditi soccorritori, era sparso tanto copiosamente da ricoprire l’intero pavimento dell’abitazione dei De Nardo.
Ed il peggio forse deve ancora venire. Corre già voce che alcuni rotocalchi si stiano contendendo un’intervista, lautamente pagata, con l’ex galeotto. Questo sciagurato finirebbe così addirittura per lucrare sul proprio crimine! Non sarà diverso per la sua complice quando, fra qualche mese, lo raggiungerà in libertà. Anzi, corriamo il serio rischio di vederli protagonisti in qualche demenziale reality o di sentirli sproloquiare in un talk show.
La notizia della liberazione del Favaro non è stata notata da molti, coperta com’era dalla solita e squallida cronaca politico-giudiziaria, ma deve essere fonte di riflessione. Omar ed Erika finiranno, presto o tardi (personalmente spero presto), ad affrontare un Giudizio dove non esiste rito abbreviato e dove non si applica la legge Gozzini. Dove la Misericordia abbonda, ma solo per chi se l’è meritata con un sincero e profondo pentimento. Pentimento che mi auguro si faccia strada anche nell’animo di quei due, perché di tutti si deve sperare la Salvezza. Ma una società che non ha saputo punire adeguatamente un crimine così efferato e che quindi se ne è resa complice, come e quando verrà giudicata?
E soprattutto, come verrà punita?
Mario Villani