Dopo l’età contemporanea e quella postmoderna si affaccia una nuova era.
Agli storici che tra qualche centinaio d’anni dovranno definire la nostra epoca, per la gioia degli estensori dei programmi scolastici e dei compilatori dei manuali, azzardo un suggerimento, la chiamino: “ScemoEvo” .
Parafrasando quanti in età settaria trionfante vollero battezzare Medioevo, cioè età di mezzo, oscura, tra gli splendori del paganesimo e la nuova alba del neopaganesimo massonico, la splendida stagione della civiltà Cristiana romano-germanica, propongo dunque che “ScemoEvo” sia il nome con cui chiamare questa parentesi, veramente oscura e spero breve, che stiamo vivendo.
Come si sa una delle diatribe più grandi tra gli accademici verte su come periodizzare queste grandi epoche in cui si suddivide fittiziamente la storia. Dare un termine e un inizio che poi risultano necessariamente schematici e scarsamente significativi in se. Il nostro compito nell’individuare la periodizzazione dello ScemoEvo è più semplice poiché tragicamente questo non è ancora terminato e quindi si tratta solo di definirne l’inizio. A voler essere “classici” lo si potrebbe retrodatare alla fine del XIX secolo prendendo per maestro Gustave Flaubert che ebbe a scrivere un pamphlet intitolato appunto: “Lo stupido XIX secolo”. Ma il buon Gustave lamentava derive ideologiche del pensiero che non traboccavano ancora nel cretinismo del quotidiano. Un periodo deve poi avere delle precise caratterizzazioni e quindi dalla presenza di queste lo si individua e lo si tratta come una fase omogenea della storia. Così nel Medioevo le caratteristiche costanti furono la presenza dominante della Chiesa con le sue strutture gerarchiche e i suoi ordini monastici. Lo ScemoEvo trova invece le sue gerarchie nelle burocrazie delle organizzazioni internazionali e delle ONG e i suoi ordini “monastici” negli ecologisti, salutisti, europeisti e catastrofisti.
Pertanto direi che, seppure le prime avvisaglie del “nuovo mondo” si siano manifestate sul finire degli anni 70, quando le burocrazie internazionali cominciarono a soffrire di deliri di onnipotenza, la data propria dell’inizio dello ScemoEvo vada posposta al fatidico 1989 ovvero, se si vuole concedere un carisma profetico a Eric Arthur Blair alias George Orwell, al 1984. Da quei giorni in poi il “cretino” divenne dominante. Se ne accorsero persino Fruttero e Lucentini col loro mirabile saggio “La prevalenza del cretino” ma la situazione era sotto gli occhi di tutti. Soltanto che agli albori, prima che gli “ordini petulanti” di cui sopra diffondessero la dottrina nel volgo, i cretini e le scemenze venivano ancora riconosciute come tali. Ricordate le crasse risate che si fecero quando le burocrazie europee decisero che i pescatori atlantici dovessero portare il cappello, che gli asparagi verdi dovessero essere “verdi”, la curvatura ammessa dei cetrioli e le dimensioni dei piselli (quelli nel baccello!). Le contumelie con cui li ricoprimmo quando si scervellarono per definire cosa fosse un pigiama e cosa una camicia da notte, se questi fossero abiti o lingerie e abolirono anni e quintali.
Bene, oggi per scemenze più enormi non ride più nessuno, tanto è stata la forza penetrante della dottrina diffusa dal magico baluginare degli schermi televisivi che nessuno sghignazza se la “conferenza sul riscaldamento globale” viene sospesa perché due metri di neve, in pianura e alla latitudine di Napoli, ne hanno seppellito la sede. Il mantra :”effetto serra, riscaldamento globale, desertificazione, aumento del livello del mare” viene ripetuto acriticamente mentre la natura intorno non da segni di recepirlo senza che a nessuno scappi un sorriso un :”ma va la”. Capi di stato si danno come programma di lottare contro i cambiamenti climatici ( Don Quicote poverino passava per matto perché lottava contro i mulini a vento) e nessuno che, non dico li rinchiuda, ma almeno gli dica: “Bevete meno!” . Gli omicidi hanno più comprensione dei fumatori che in alcuni paesi (Canada anglofobo, Australia) rischiano di farsi togliere i figli dagli assistenti sociali. Chi si fa una birra è un reprobo chi tira di coca (Morgan…) un santo e un eroe. I decerebrati del “Grande Fratello” e format assimilati Endemol, riempiono le serate degli italiani e del resto del mondo (Sintomatico, la parola “decerebrato non è compresa nel dizionario di word). Tralascio per carità di patria l’immenso stupidario pubblicitario. Dulcis anzi stultis in fundo in Lombardia vietano di riscaldarsi col camino a legna, perché inquina e il sindaco di Milano promuove domeniche a piedi per tutto il nord Italia, non perché servano a qualcosa, per sua stessa ammissione, bensì “per dare un segnale”. Ma a chi? A tutti quei pendolari che comunque non andrebbero mai a Milano, in auto visto che il trasporto pubblico fa schifo, anche la domenica? Ma se tutte queste secchiate di stupidità non avevano ancora fatto traboccare il vaso della mia sopportazione, una quisquilia, la pizza, ha fatto debordare lo tsunami di collera, tracimata in sarcasmo che ha ispirato questa mia iconoclastica proposta. La pizza? Direte voi miei due lettori, che avrà mai di tanto scemo il principale italico simbolo? La pizza poveretta nulla. Ma i “catoni” di Bruxelles chiamati a definirne le caratteristiche, a scopo protettivo del marchio, così dicono, tutto! Avrebbero potuto gli sciagurati limitarsi a codificare gli ingredienti e il tipo di cottura, loro che volevano abolire il forno a legna (poco igienico, inquinante). Già così avrebbero, con la loro lista, abolito tutte le pizze che non siano “Margherita” (saranno savoiardi?). Ma gli abolitori dei quintali guazzano nell’inutilità. Così hanno stabilito che per esser tale la pizza debba avere un diametro compreso tra i 27(sic) e i 35 cm(ri sic) con un bordo rialzato al massimo di 5 mm e di larghezza non superiore a 2cm. Di grazia, mi si spieghi cosa mai sia un cerchio di pasta di pane cosparso di pomodoro e dadini di mozzarella di bufala e passato al forno (a legna si spera) se è largo solo 26 cm e non ha bordi rialzati? Ma non è finita, vi è concesso, bontà loro, di mangiarla con le mani piegandola a portafoglio, ma se piegandola si spezza non state mangiando una pizza, capito?. Naturalmente gli americani continueranno a chiamare “pizza” i loro orribili pastrugni ricoperti in contemporanea di salsiccia, peperoni ed ananas conficcati in quello loro chiamano formaggio fuso ma che al palato assomiglia al dentifricio, chissà se li confezioneranno in pezzi da 30cm di diametro per rispettare i canoni. Potete dunque capire la mia collera. Avevo sopportato che una delizia del palato come il vino fragolino bianco dovesse esistere in clandestinità perché il disciplinare non prevede la sua esistenza.
Sopportavo a malapena che il nettare di Canneto Pavese, il “Buttafuoco” diventasse tale solo se imbottigliato ed etichettato mentre nella botte o in damigiana si trasformava in un anonimo “rosso di Canneto”, sempre per il disciplinare (ma chi li scrive?) ma il diametro e i tasso di pieghevolezza prescritti per la pizza hanno superato ogni limite. Se il giornalista (???) televisivo avesse almeno abbozzato, non pretendo uno sghignazzo, ma un sorriso nell’annunciare la portentosa castroneria, forse, mi sarei ricreduto sull’epiteto con cui bollare questi tempi storici. Ma l’annuncio venne dato con la sicumera di chi pensa: “finalmente qualcuno ha provveduto!” ma a che? A por fine all’anarchia della pizza? “Ma mi faccia il piacere” , avrebbe detto il Principe De Curtis ed io modestamente lo confermo. ScemoEvo sia!
Massimo Granata
Alla cortese attenzione dei lettori: la redazione chiede anticipatamente scusa nel caso dovesse risultare che la pizza riprodotta nella foto non sia tale a causa di dimensioni difformi dal disciplinare europeo nell’originale.