venerdì 7 maggio 2021
Storia
Adua
Una delle pagine “nere” della nostra storia

L'interesse italiano per l'Africa, allora contesa e conquistata palmo a palmo dagli stati europei, era iniziato nel 1882. In quell'anno infatti il Ministero Depretis acquistò dall'armatore Rubattino di Genova la baia di Assab, che la compagnia di navigazione usava come scalo carbonifero per le sue navi. L'entusiasmo per il nuovo indirizzo della politica del Regno, che nel medesimo 1882 si collegava con Germania ed Austria nella Triplice Alleanza assurgendo a pieno titolo al rango di grande potenza, fu notevole negli ambienti della Sinistra al potere, e vi fu chi disse, come il ministro degli Affari esteri Mancini, con un'espressione indovinata, che “Le chiavi del Mediterraneo stanno nel mar Rosso”.

Contemporaneamente l'Inghilterra del premier Gladstone, preoccupata dall'espansionismo verso meridione del movimento islamico dei dervisci guidati da un uomo carismatico che si faceva chiamare Mahdi, “Profeta”, il quale stava assediando a Khartoum il generale Gordon, invitò l'Italia ad occupare Massaua, allora protetta soltanto da una piccola guarnigione egiziana, per costituire un antemurale all'avanzata incontrollabile delle bande musulmane.

Avvenne così che, il 25 febbraio 1883, il colonnello Tancredi Saletta sbarcò sulla costa prospiciente la città con un battaglione di 1.000 bersaglieri, e dette inizio alla costruzione di quella colonia che, dopo un certo tergiversare del governo sui vari nomi possibili, fu chiamata Eritrea . Le autorità italiane si trovarono subito di fronte a due problemi militari: opporsi ai seguaci del Mahdi a nord-ovest, e penetrare in direzione dell'Abissinia ad ovest. Il primo sarebbe venne risolto nelle quattro successive vittorie di Agordàt (27 giugno 1890), Serobèti (26 giugno 1892), della seconda Agordàt (21 dicembre 1893) e di Cassala (17 luglio 1894). Il secondo invece si tramutò in un incubo…



Alla testa delle truppe italiane venne posto il generale Baratieri, ufficiale privo di una vera esperienza di comando ed i cui unici meriti erano quelli di essere stato un garibaldino e di avere appoggi tra i politici italiani.



La guerra tra Italia ed Impero Etiope iniziò nel dicembre del 1895 quando reparti etiopi attaccarono i presidi italiani nella regione del Tigrai travolgendo le loro posizioni ed ottenendo due clamorose vittorie nella battaglia dell’Amba Alagi il 7 dicembre e in quella di Makallè il successivo 23 gennaio. Baratieri telegrafò in Italia chiedendo rinforzi che gli vennero immediatamente concessi. Sfortunatamente a qualcuno venne l’infelice idea di sostituire gli ottimi fucili 91 Carcano in dotazione ai militari italiani con i più vecchi Vetterli per uniformarli, si disse, a quelli usati dalle truppe già presenti in Africa. Tra i rinforzi vi era anche un Battaglione di Alpini, oltre a Bersaglieri, Artiglieri e Fanti.



Baratieri si trovò così a disporre di circa ventimila uomini tra Italiani e truppe indigene con i quali si mosse verso la cittadina di Adua dove era attestato l’esercito imperiale etiope e milizie dei ras locali. Baratieri commise un grave errore di valutazione stimando la forza etiope in trenta/quarantamila uomini male armati e demoralizzati.



In realtà i guerrieri etiopi erano, tra esercito imperiale e milizie locali, non meno di centomila e tutt’altro che male armati. Un numero considerevole, almeno 80.000, era dotato di armi da fuoco, che andavano dai moderni Remington e Vetterli, a vecchi fucili ad avancarica risalenti a due secoli prima; la maggior parte delle armi da fuoco veniva dalla Russia (l'unico governo europeo a parteggiare esplicitamente per gli etiopici per ragioni religiose), dalla Francia e dall'Italia stessa. Avevano inoltre quarantasei cannoni a tiro rapido e addirittura qualche mitragliatrice (Hotchkiss e Maxim) di cui invece gli Italiani erano completamente sprovvisti. L’Imperatore etiope Menelik poteva anche disporre di numerosi validi reparti di cavalleria.



Il 29 febbraio 1896 pertanto i 17.700 soldati Italiani si trovarono di fronte un esercito almeno sei volte superiore di numero, ben armato, che conosceva perfettamente il territorio (le mappe di cui disponevano gli ufficiali del nostre esercito erano invece largamente inesatte) e fortemente motivato anche per essere al comando dello stesso Imperatore Menelik. Vi erano quindi già tutte le premesse per una sconfitta, ma Baratieri (che non aveva una gran voglia di attaccare, ma era pressato in quel senso da Roma) vi aggiunse anche l’errore strategico di dividere le forze italiane in quattro colonne comandate rispettivamente dai generali Dabormida alla destra, Arimondi al centro, Albertone a sinistra ed Ellena come riserva e di lanciarle in quel vero e proprio labirinto di valli, speroni di roccia, altopiani che era il territorio intorno ad Adua.



Le truppe italiane iniziarono il loro movimento nella stessa tarda serata del 29 febbraio e sorsero subito i primi problemi di coordinamento. A causa della scarsa conoscenza del territorio la colonna del generale Albertone avanzò oltre gli obbiettivi assegnati e rimase isolata finendo con il trovarsi a fronteggiare da sola il grosso delle forze nemiche. Dopo tre ore di furioso combattimento la colonna venne annientata e lo stesso Generale Albertone preso prigioniero. Resosi conto della difficile situazione della colonna Albertone, Baratieri ordinò a Dabormida di andare in suo soccorso, ma anche questa colonna venne sorpresa, in fondo ad un vallone chiamato Mariam Sciauitù, dalle truppe etiopi (che avevano appena travolto la colonna Albertone) ed isolata dal resto delle truppe italiane. Mentre gli uomini della colonna Dabormida cercavano di aprirsi un varco nello schieramento nemico, il grosso dell’esercito etiope attaccava la colonna Arimondi attestata tra il Monte Raio ed il Colle Erarà sfondando le linee italiane in più punti ed aggirandole grazie all’azione a sorpresa dei venticinquemila uomini della Guardia di Menelik che erano riusciti ad occupare un grande sperone roccioso alle spalle degli Italiani. Alle 12.30 visto il disastro che si stava profilando Baratieri ordinò la ritirata generale, ordine più facile a darsi che ad eseguirsi visto che la colonna Albertone era ridotta a pochi gruppi di superstiti, quella Dabormida era completamente circondata e gli uomini di Arimondi erano in rotta mentre lo stesso Generale era caduto nel combattimento. Soltanto la disperata resistenza del 4° Reggimento di Fanteria e del Battaglione Alpini (che perse oltre 900 dei 957 effettivi) permise ai resti dei reparti italiani di sganciarsi e ripiegare in disordine verso Adigrat. In dieci ore di battaglia il “sogno africano” degli Italiani si era infranto. Ottomila morti, mille e cinquecento feriti, tremila prigionieri. Tutti i 52 cannoni e 11000 fucili caduti in mano del nemico. Queste le cifre della disfatta, probabilmente la più grave subita da un esercito europeo in terra d’Africa. Lo storico Denis Mack Smith afferma che l'Italia ebbe più morti alla battaglia di Adua, che in tutte le precedenti guerre del Risorgimento messe insieme. Forse la stima è esagerata, ma certo la sconfitta fu tremenda e portò a reazioni violente anche all’interno del giovane Regno d’Italia. Molto “italianamente” Baratieri scaricò la colpa della sconfitta sulla codardia dei soldati e molti manifestanti scesero in piazza gridando “viva Menelik”. Almeno però il Primo Ministro Crispi ebbe la dignità di dimettersi e fu sostituito da Rudinì. La storia del regno d’Italia non era iniziata nel migliore dei modi.



Mario Villani




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